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HOLLYBLOOG
cosa c'è in giro da vedere

a cura di Mauro Caron

FINESTRE SU UN MONDO INFELICE

3/30/2026

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TUTTI I LUNGOMETRAGGI "FINESTRE SUL MONDO"
E I CORTOMETRAGGI AFRICANI IN COMPETIZIONE
E TUTTI I PREMI DELLA 35a edizione del 
FESCAAAL - FESTIVAL DEL CINEMA AFRICANO D'ASIA E AMERICA LATINA

Fai clic qui per modificare.
Si è concluso domenica 29 (con premiazioni sabato 28 ) la 35a edizione del Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina e si può quindi tebtare di trarre delle conclusioni sui film visti al Festival.
Se si può rintracciare un filo rosso che accomuna molti dei film presenti nelle sezioni competitive - il concorso “Finestre sul mondo” dedicato ai lungometraggi provenienti dai tre continenti e quello dedicato ai cortometraggi africani - può forse essere individuato nel rapporto tra generazioni, con giovani protagonisti spesso al centro della narrazione.
Nel bel film colombiano Un poeta di Simon Mesa Sotos il rapporto padre e figlia è solamente putativo: un uomo di mezza età, sognatore, fannullone, ubriacone, sostanzialmente fallito, poeta in stallo e insegnante per necessità, si invaghisce sinceramente del talento poetico di una giovane studentessa, peraltro svogliata e indolente, che vive in una famiglia povera e slabbrata. Darsi da fare per cercare di valorizzare il suo talento, di riconfermare il ruolo della poesia e di offrire un'occasione di emancipazione e di riscatto sociale e individuale alla ragazza, lo porteranno anche a ricucire i rapporti con la figlia adolescente abbandonata anni addietro. Ma non tutto, ovviamente, andrà come lui sogna e le sue buone intenzioni creeranno una catastrofe. Il regista adotta uno stile ruvido e sgrammaticato (i bordi delle inquadrature sono addirittura costantemente impolverati), trasandato quanto il suo protagonista, impersonato da uno stupefacente Ubemair Rios, a sua volta insegnante e attore esordiente tutt'altro che avvenente (come sottolineano perfino le bambine all'interno del film). Meritatamente, il film è risultato vincitore nella sezione “Finestre sul mondo” e si è aggiudicato anche il Premio del pubblico, portando in trionfo Rios sul palco delle premiazioni dell'Auditorium San Fedele di Milano, in Italia per la promozione del film che è uscito anche sul grande schermo distribuito da Cineclub Internazionale e che è stato segnalato dal Sindacato Critici Italiani.
Generazioni di donne a confronto nell'indo-coreaneo The Shape of Momo (i momo sono una sorta di ravioli), ambientato nella regione himalayana del Sikkim e diretto da Tribeny Rai; la cosa insolita (rispetto agli altri film della selezione) è che la giovane protagonista sembrerebbe avere tutto quello che si può desiderare: una famiglia, una bella casa con una tenuta agricola, un uomo avvenente, benestante e innamorato che la corteggia e con cui elabora perfino il progetto di un bed and breakfast turistico in una sua proprietà. Eppure la sua insoddisfazione non riesce a farle apprezzare quello che la vita le offre (e si fatica a capire perché).
Spartito tra le due protagoniste è La hija condor, boliviano, di Alvaro Olmos Torrico: nella prima parte seguiamo la giovane protagonista, assistente di una “zia” che le fa da madre, levatrice in una zona rurale e montuosa dove non esistono servizi sanitari; ma anche dotata per il canto e attirata da una vita più libera da tradizioni oppressive e costrizioni famigliari e sociali. Nella seconda parte seguiamo invece la zia, che va alla sua ricerca dopo che la ragazza è fuggita in città, e che si trova a confrontarsi con un mondo completamente diverso da quello che conosceva e in cui viveva. Un film apprezzabile, dai ritmi lenti, quasi contadini.
In Promis le ciel di Erige Sehiri è l'arrivo di una bambina di quattro anni a portare un elemento nuovo in un gruppo di donne emigrate in una Tunisia piena di contraddizioni e di ostilità verso gli stranieri.
Un conflitto generazionale è sullo sfondo anche di Laundry, in cui il giovane protagonista (al contrario della sorella più giovane) è riluttante ad assumersi le responsabilità collegate all'azienda di famiglia, la lavanderia del titolo, appunto. Lui è un appassionato di musica, suone diversi strumenti e vorrebbe entrare a far parte del gruppo musicale capitanato da una cantante di successo, che, tra parentesi, è stata anche l'amante di suo padre. Quella che potrebbe essere una commedia di costume, colorata, spiritosa e piena di musica (tra il jazz, il rock emergente e le influenze della musica tradizionale africana), quale sembra all'inizio, si trasforma ben presto in un dramma a tinte sempre più fosche: siamo nel Sudafrica dell'apartheid negli anni '60, e la famiglia protagonista, un'eccezione rispettata e benestante nel contesto segregazionista, è nera. Il film, in bilico tra lo spunto da commedia musicale e la china tragica, è godibile e appassionante, e fa rimpiangere una volta di più (faccio per dire) che Mandela abbia propugnato la riconciliazione nazionale invece di perseguire e punire fino in fondo i propugnatori e i sostenitori dell'apartheid (e il pensiero va a situazioni attuali in cui la discriminazione etnico-religiosa è ancora più viva che mai, come nei rapporti tra Israele e Palestina).
La realtà geosociopolitica che esce dai film del Festival è d'altra parte drammatica e desolante. Se altri temi comuni tra i film in concorso possono essere individuati, sono quello dell'impotenza disperante del singolo davanti alla corruzione e alla violenza del sistema di potere (legale o illegale) dominante, e sulla pervasività del denaro come elemento regolatore di tutti i rapporti umani. Ne sa qualcosa Julia Valdez, protagonista del messicano La reserva di Pablo Pérez Lombardini (premiato dalla giuria universitaria): Julia è una guardia forestale che cerca di fare il suo dovere professionale, proteggere una riserva ecologica in Chiapas, e nello stesso tempo tutelare la sua comunità e il futuro di sua figlia e delle generazioni a venire. Ma i cartelli che controllano il commercio illegale di legname avanzano, e i membri stessi della sua comunità appaiono restii a sostenerla, sottovalutando i rischi per il futuro e più interessati a godere invece dei benefici immediati portati al territorio dalle attività illegali. Un film in bianco e nero malgrado sia ambientato in paesaggi naturali lussureggianti, a togliere quasi le distrazioni che la bellezza del paesaggio potrebbe portare alla vicenda umana ed esemplare di questa piccola eroina (interpretata da Carolina Guzman), tosta e tenace e nello stesso tempo fragile ed esposta, madre tra l'altro di una bambina non sua, ostinata in una battaglia giusta in cui ha tutto da perdere.
​In una solitudine urbana ancora più atroce vive e lavora Aisha nell'egiziano Aisha Can't Fly Away. Badante nera, emigrata al Cairo da un Sudan dilaniato da una guerra infinita, Aisha è circondata da uomini che la sfruttano crudelmente: datori di lavoro, assistiti, gang criminali. Morad Mostafa racconta in un film cupissimo dai colori scuri e contrastati il percorso esistenziale di un'eroina vulnerabile e remissiva che si muove lungo i crinali di una tragedia sempre incombente, alternando un minimalismo dilatato (che indulge spesso anche su particolari sgradevoli e ripugnanti) a spiazzanti squarci onirici e derive crime o addirittura horror. Un'opera decisamente interessante dal punto di vista registico, che avrebbe giovato forse di una maggiore concisione.
Una vita solitaria è anche quella che conduce Samaan, giovane guardiano in un condominio del Cairo, che si ritrova a proteggere per denaro e per paura un terrorista islamico, dopo essere stato rapito bambino dall'Isis, che aveva poi giustiziato suo padre in quanto cattolico. Un testimone dell'orrore che ora vive una vita schiva, al riparo da qualsiasi scossa emotiva, e che pure sogna di raccontare la sua vita in un romanzo. Una giovane donne bella e disinibita, ma malata e senza risorse porterà (per poco) un soffio di vita nella sua vita derelitta. Ancora una volta Safe Exit, di Mohammed Hammad, mostra un Egitto duro, dove tutto si paga, salute, giustizia, protezione e, ovviamente, l'editore che dovrebbe pubblicare il libro del protagonista. Tra i tanti personaggi femminili presenti nel festival, Safe Exit ne vanta uno tra i migliori (interpretato da Noha Foad), sospeso tra disperata vitalità e malinconica rassegnazione.
Una piccola eroina femminile determinata e animata dalle migliori intenzioni è la bambina protagonista del pakistano Ghost School di Seemab Gul, decisa a dimostrare che la sua scuola non è stata chiusa perché infestata dai demoni, come corre voce nel villaggio, ma a causa della corruzione e della venale avidità delle autorità. Simile a certi bambini del cinema iraniano, in un percorso itinerante e reiterativo alla ricerca di una verità e di una giustizia a misura di bambina, la piccola protagonista appare in definitiva come l'unica portatrice di umanità, buon senso e razionalità in una società adulta corrotta o succube.
Per finire con i lungometraggi (dell'indiano Homebound, diretto da Neeraj Ghaywan e coprodotto da Martin Scorsese, ho parlato a parte: lo trovate in ordine alfabetico nella colonna “Categorie” sulla destra della pagina), ho visto anche Irqalla: Gilgamesh's Dream (nella sezione non competitiva Flash, premiato dall'associazione degli esercenti cattolici): qui i protagonisti sono i bambini di strada di Baghdad, che a scuola ci vanno – se ci vanno, soprattutto per guadagnare qualcosa da mangiare – su un autobus rottame guidato da una maestra derelitta. Mohamed Jabarah Al-Daradji ci mostra un Iraq abbrutito, impoverito, dilaniato da rivolte e repressione, dove per i piccoli protagonisti, cui ovviamente ci si affeziona, l'unica possibilità di evasione è rappresentata dal sogno (se non dalla morte).
​Una questione scolastica è anche al centro di Paradise Garden, di Sonia Terrab, vincitore del premio per il miglior cortometraggio africano oltre che del Premio San Paolo/Telenova. Siamo in Marocco, dove una comunità locale riceve un avviso di ricollocazione per trasferirsi altrove. I vecchi edifici verranno abbattuti, come anche la scuola del quartiere; è necessario quindi fare domanda di iscrizione dei figli ad una nuova scuola, ma c'è un problema: la domanda deve essere firmata dal padre e così la protagonista del film, abbandonata dal marito anni prima e sola con un figlio, semplicemente non può iscriverlo a scuola. Paradossale, eppure è così: e anche in uno dei Paesi africani apparentemente più modernizzati le donne si trovano a subire una privazione dei diritti che si riflette sui figli.
La selezione dei corti peraltro quest'anno non ha particolarmente brillato, con film che a volte soffrivano un po' anche di ermetismo. Quello che ho personalmente preferito è probabilmente Mme Faiza e Dr. Love (di Anida Daoud, Francia), incentrato su una donna algerina residente in Francia che, tra lo sconcerto, l'imbarazzo e la disapprovazione dei due figli adolescenti, smette di fare la badante per diventare invece una sessuoterapeuta. Uno tra i pochi film ad avere dei toni da (sobria) commedia e ad offrire un minimo di speranza: ma, significativamente, è prodotto e ambientato fuori dal continente africano.
Anche in questa sezione ricorrono protagonisti giovani o giovanissimi, alle prese alle volte con i difficili rapporti tra coetanei, altre volte con il rapporto con i genitori. Così in Bam Bam (Nigeria) un giovane nigeriano cerca soluzione ai problemi con l'altro sesso e con i coetanei ostili in un'intelligenza artificiale dalle sembianze molto paterne; in Soleil pale (Francia) un ragazzino si vergogna con gli amici per la presenza sulla spiaggia del corpo emaciato e debilitato dalla malattia di suo papà; in Coeur Bleu (Haiti) il protagonista assente ripensa in modo struggente alla vita dei propri genitori, dopo la sua partenza per l'estero; Zizou (di Khaled Moeit, premio Cinit) invece malgrado la sua corporatura decisamente sovrappeso cerca di inserirsi in un gruppo di coetanei malgrado il bullismo di cui è oggetto; la protagonista di Ne réveillez pas l'enfant qui dort (Senegal) sfugge invece ad un matrimonio combinato e indesiderato semplicemente dormendo ad oltranza; un bambino mantiene un legame spirituale con il padre assente per la guerra in Submergido (Mozambico); mentre un giovane in sedia a rotelle sogna di lasciare la Tunisia in The Bird's Placebo (unico film di animazione presente nella sezione); e in un altro corto d'animazione, Ziki (Italia, fuori concorso) un altro bambino paga sulla propria terra e sulla propria pelle i conflitti per il possesso del coltan, il minerale prezioso che permette alla gente dall'altra parte del mondo di usare smartphone e pc. Si distacca un po' dalle tematiche degli altri film Vultures), ambientato in Sudafrica sul teatro di un incidente automobilistico notturno, che racconta la lotta (letterale e cruenta) tra carri attrezzi e compagni assicurative in Sudafrica.
Ultima citazione per il vincitore del premio offerto da Terres des Hommes nella sezione Extr'A (film sulle altre culture e sull'interculturalità realizzati in Italia), che è andato al cortometraggio Emy Nails, dell'italiana Camilla Carè; ma in questo caso confesso, anche dopo aver letto le motivazioni della giuria, di non aver capito né il film né il premio.   
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PER FORTUNA CHE C'E' IL FESCAAAL

3/18/2026

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FESCAAAL - FESTIVAL DEL CINEMA AFRICANO D'ASIA E AMERICA LATINA
35a edizione
Milano e online, dal 20 al 29 marzo

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Vieni da chiedersi se un festival culturale che parla di altri mondi (possibili), di conoscenza reciproca, di dialogo, di rispetto, possa avere ancora un senso in quest'epoca dove a dominare le vicende planetarie sono invece l'irrazionalità, l'ossessione del dominio, della conquista violenta di risorse e territori, la guerra, l'interesse egoistico - nazionale o imperiale – elevato al di sopra di qualsiasi considerazione umanitaria. Ogni giorno vediamo intorno a noi un mondo che brucia miliardi su miliardi - che potrebbero contribuire a risolvere o alleviare molti dei problemi del mondo, nonché a prevenire la prevedibile distruzione del pianeta – per produrre armi, per distruggere anziché costruire, per devastare l'ambiente anziché risanarlo e salvaguardarlo, per sterminare o decimare le persone invece di curarsi del loro benessere e del loro progresso materiale e spirituale.
Ma forse, mentre le voci delle ragioni umanitarie, progressiste, razionali, si fanno sempre più fievoli nel frastuono generale delle pessime notizie quotidiane, che ci sia ancora un festival come il Fescaaal è un segno di speranza, un lumicino che brilla nel buio dei nostri tempi.
Per il 35° anno (ma io lo seguo da ancora prima, dalla rassegna “Il lontano presente” che ne costituiva l'embrione) il Festival del Cinema d'Africa, Asia e America Latina (il festival con le tre A come recita il teaser) porta a Milano alcuni esempi significativi delle cinematografie non occidentali, offrendo inoltre a corredo un ricchissimo programma di incontri con gli autori, dibattiti, seminari, eventi speciali oltre che ad una costola, il MiWY Festival, dedicata specificamente alle scuole.
Le “storiche” direttrici artistiche del Festival (prodotto da Coe – Centro Orientamento Educativo in collaborazione con la Fondazione Terre des Hommes e con il contributo di numerosi soggetti – istituzionali, culturali, economici, sociali, mediatici, sia pubblici che privati), Annamaria Gallione e Alessandra Speciale, hanno riconfermato le tradizionali sezioni in cui si articola il festival: la main competion, ovvero il Concorso Finestre sul mondo, con dieci titoli provenienti dai tre continenti; il Concorso per i cortometraggi africani; la sezione Ex'tra, dedicata a film italiani che parlano degli altri mondi e delle altre culture (affrontando anche temi come quelli dell'immigrazione e dell'integrazione); la sezione Flash con gli eventi speciali; e ancora il film fuori concorso Il libro delle ombre, di Giuseppe Carrieri, sui sopravvissuti alla catastrofe di Hiroshima, e l'omaggio al regista afgano Shahrbanoo Sadat, il cui No Good Men apre il festival alla Fondazione Prada il 20 marzo; e ancora la tavola rotonda Africa Talks dedicata al patrimonio culturale africano, tra museificazione, sottrazione coloniale e restituzione dei beni trafugati.
Dal 20 al 29 marzo (con un evento d'anteprima il 19 a Palazzo Reale), c'è da scegliere in un ricchissimo programma che prevede 10 giorni di proiezioni, 47 film (di cui 23 prime italiane, una prima internazionale e una prima europea), pazientemente e accuratamente selezionati all'interno di una mole di 500 film candidati e visionati. Sono presenti film di finzione, documentari (con le relative ibridazioni) e film di animazione.
Come spesso accade, i temi dell'identità e della memoria, dei conflitti, della sopravvivenza in situazioni problematiche, della condizione dei bambini, dei giovani e delle donne sono al centro di molte opere, che aprono dei veri e propri scorci su vite, paesaggi e situazioni a noi poco o nulla conosciute. Se a prevalere sono spesso, ovviamente, i toni drammatici, non manca l'apporto della poesia e il fascino delle ambientazioni esotiche, e diversi film si accostano a generi diversi come il thriller o la commedia.
Numerosa la presenza delle donne registe, ventuno; quanto alla provenienza geografica, le dieci Finestre sul mondo si affacciano su Bolivia, Colombia, Egitto, India, Messico, Pakistan, Sudafrica, Tunisia, mentre i dieci cortometraggi in concorso provengono da Egitto, Francia, Haiti, Mozambico, Nigeria, Senegal, Sudafrica, Tunisia.
Di notevole importanza formativa, educativa, culturale, è inoltre il Mi World Young Film Festival (MiWY), che propone alla visione delle scuole (a Milano, Lecco, Lodi, Torino e Catania – ma è possibile anche la visione in streaming) di tre lungometraggi e otto cortometraggi appositamente selezionati dai concorsi principali. Le proiezioni, gratuite, sono rivolte agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado; una giuria di docenti assegnerà un premio al lungometraggio con la maggior valenza educativa, mentre saranno direttamente gli studenti a decretare la vittoria di quello che riterranno il miglior cortometraggio. Alla sua settima edizione, il MiWY si trova ovviamente ad avere a che fare con un pubblico sempre più composito e multietnico.
Oltre che seguire le proiezioni in sala – soluzione praticabile da chi si trovi a Milano o dintorni – i film possono essere visti anche in streaming, da qualunque luogo, sulla piattaforma My Movies One, con abbonamenti a prezzi estremamente convenienti. Per gli spettacoli in sala sono previsti sia biglietti d'ingresso alle singole proiezioni (8 euro), sia differenti formule di abbonamento (tra cui una, particolarmente scontata, rivolta agli under 25), da 3.90 euro (per il solo streaming) a 48 euro per la formula onnicomprensiva.
Tutte le informazioni e il programma sono disponibili al sito del Festival, https://www.fescaaal.org/.

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VALANGA NERA

11/29/2025

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NOIR IN FESTIVAL, 35a edizione.
Milano, 1-6 dicembre 2025

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In attesa della valanga azzurra (si spera) o bianca (di neve) delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina un'altra valanga sta per abbattersi su Milano: è quella del Noir in Festival, giunto alla sua 35a edizione, che intreccia in modi suggestivi cinema e letteratura di genere.
La struttura del Festival è ormai consolidata: per la parte cinematografica ci sono due sezioni, quella dei film internazionali in concorso per aggiudicarsi il Black Panther, e quella dei film editi italiani in corsa per il Premio Caligari.
Quest'anno la prima sezione vede in realtà concorrenti esclusivamente europei, anzi, dell'Europa latina. Sono ben cinque su otto i film francesi, anche se le ambientazioni spaziano anche al di fuori del territorio metropolitano: Brûle le sang (coproduzione a trazione francese a partecipazione belga, austriaca e georgiana) di Akaki Popkhadze, Hell in Paradise di Leïla Sy (ambientato in un'isola turistica dell'Oceano Indiano), Indomptables di Thomas Ngijol (ambientato in Camerun), Le gang des amazones (ispirato ad una storia vera che vede protagoniste cinque giovani rapinatrici di banche), di Mélissa Drigeard e Rapaces di Peter Dourountzis. Ci sono poi due film spagnoli: Golpes di Rafael Cobos e Una ballena di Pablo Hernando, dove il noir si tinge di sovrannaturale. Completa il programma l'unico film italiano in gara, Ferine, di Andrea Corsini.
Gli ultimi due titoli tematizzano il rapporto tra la dimensione umana e quella animale; non stupisce quindi che fuori concorso venga presentato anche il film Primate (titolo italiano Ben - Rabbia animale) il cui protagonista è appunto uno scimpanzé rabbioso e violento.
Fuori concorso anche L'orto americano, l'ultimo noir di Pupi Avati, che idealmente avrebbe dovuto far parte della selezione del Premio Caligari, dedicato al meglio della produzione italiana di genere. All'interno della sezione troviamo invece Ciao bambino di Edgardo Pistone, Elisa di Leonardo Di Costanzo, L'isola degli idealisti di Elisabetta Sgarbi, La città proibita di Gabriele Mainetti, La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli e Mani nude di Mauro Mancini.
Tra le altre proposte cinematografiche spicca l'anteprima di No Other Choice del coreano Park Chan-wook (il regista di capolavori come Mr Vendetta e Old Boy).
Le proiezioni si tengono dall'1 al 6 dicembre, tutte al Cinema Arlecchino tranne quelle del Premio Caligari, ospitate dallo Iulm, partner della manifestazione, sostenuta inoltre dal Ministero della Cultura, dal Comune di Milano e dalla Regione Lombardia, oltre che dai numerosi sponsor, collaboratori e media partner, e la cui direzione artistica è saldamente esercitata da Giorgio Gosetti e Marina Fabbri.
L'immagine dell'edizione 2025 del festival, firmata da La Came, rende omaggio, in un'atmosfera comunque cinematografica, ad Andrea Camilleri (nel centenario della sua nascita), colui che ha cambiato le sorti letterarie ed editoriali del giallo italiano e non solo.
Altrettanto importante di quella cinematografica è infatti la componente letteraria del festival, che presenta anch'essa una sezione competitiva. Tenteranno di aggiudicarsi il Premio Scerbanenco sei libri in lizza: Gli omicidi dei tarocchi di Barbara Baraldi, Forse è così che si diventa uomini di Giorgia Lepore, La donna della mansarda di Davide Longo, Il tallone da killer di Alessandro Robecchi e La stanza delle ombre di Mirko Zilahy.
Già deciso invece il vincitore del Premio Raymond Chandler, destinato agli scrittori internazionali che si sono particolarmente distinti nel genere. L'ultimo nome che si aggiunge al prestigiosissimo palmarès, in cui sono iscritti i nomi di grandissimi scrittori, è quest'anno quello di Mike Herron, autore prolifico e padre della serie tv di successo mondiale Slow Horses.
Impossibile ricordare qui tutti gli appuntamenti letterari del festival; per limitarmi a quelli dedicati ai suoi numi tutelari citerò solo il libro di Crovi dedicato a Camilleri, quello di Pezzotta dedicato al noir italiano ispirato a Scerbanenco, il numero di Pantagruel dedicato a Cluadio Caligari e al suo film Non essere cattivo.
Anche gli eventi letterari si svolgono, in varie sedi, dall'1 al 6 dicembre, ma con un'importante anteprima il 30 novembre alla Libreria Rizzoli Galleria, dove verranno presentati gli ultimi lavori di Marco Bellinazzo (La colpa è di chi muore) e di Maurizio de Giovanni (L'orologiaio di Brest).
Per orizzontarsi nel ricchissimo programma (che comprende anche eventi legati ai fumetti e ai podcast, sempre ovviamente legati al tema), non resta che rivolgersi al sito del festival, per tentare di tracciare il proprio percorso attraverso il fittissimo calendario di proiezioni, presentazioni ed eventi: 35° Noir in Festival: 1 – 6 Dicembre 2025.

LA PENULTIMA GIORNATA DEL FESTIVAL: 
Penultima giornata del Noir in Festival a Milano (domani è in programma “solo” la proiezione del film vincitore del “Black Panther”, cioè il concorso cinematografico internazionale).
Intrigante anche il programma odierno: nel pomeriggio alle 15 c'è la possibilità di incontrare tutti i registi concorrenti al Premio Caligari (Di Costanzo, Pistone, Mainetti, Mancini, Sgarbi, Strippoli), i capitani coraggiosi che in Italia hanno l'ardire di cimentarsi con un genere cinematografico che non sia la commedia.
Dopodiché, sempre nella Sala 146, c'è l'incontro con il fuoriclasse: Pupi Avati, di cui è stato proiettato “L'orto americano”, altro esempio di un genere, il gotico padano, inventato da lui, oltre che “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone”, terzo tassello di una filmografia sterminata, girato nel lontano 1975.
Alla Libreria Rizzoli in Galleria alle ore 17 c'è un evento dedicato ad uno dei numi tutelari del Festival, Claudio Caligari appunto, in occasione della pubblicazione di un numero di Pantagruel interamente dedicato al suo film “Non essere cattivo”. Restando in libreria, alle 18 c'è l'ultimo degli eventi dedicati alla letteratura noir: ancora La nave di Teseo presenta l'ultimo romanzo di Daniele Sanzione, “Bumerang”.
In alternativa, alla stessa ora, al Cinema Arlecchino, si può assistere all'ultimo film del Concorso internazionale, il francese “Rapaces” diretto da Peter Dourountzis. A seguire la giuria del Festival proclamerà il vincitore del Black Panther. Ad assegnare il premio saranno i giurati Santiago Amigorena (sceneggiatore del recente “I colori del tempo” di Cédric Klapisch), l’attrice e modella Giulia Maenza, l’attrice e regista Donatella Finocchiaro, il musicista Pivio, lo sceneggiatore e regista Paolo Strippoli (“La valle dei sorrisi”, in concorso al Caligari).
Dopo la premiazione l'attesa anteprima di “No Othe Choice – Non c'è altra scelta”, del maestro coreano Park Chan-wook (“Mr. Vendetta”, “Old Boy”), thriller sociale tratto da un romanzo di Westlake già portato sullo schermo da Costa-Gavras con “Cacciatore di teste”.

I VINCITORI DEL NOIR IN FESTIVAL 2025

Nel penultimo giorno del Noir in Festival, si sono già tirate le somme annunciando i vincitori delle varie sezioni competitive.
Il premio forse più atteso, il Black Panther Award, per il miglior film internazionale di genere noir, è stato assegnato al film francese (la Francia dominava nettamente la selezione in termini produttivi) a BRULE LE SANG di Akaki Popkhadze, con la seguente motivazione: «Brûle le sang" è un affresco vivido dal colore del sangue e del mare, una storia di affetti in una Nizza inedita, violenta e sporca, trasfigurata dal genere. Dietro la sua trama criminale, il cuore pulsante del film è il rapporto di due fratelli che rifiorisce nel segno della vendetta, in mezzo alla rabbia sociale e al dolore di una perdita inaccettabile. Il regista lo fotografa con uno stile viscerale, durissimo, e con un ritmo interno che rivela una maturità sorprendente alla sua opera prima». La giuria era guidata dallo sceneggiatore, regista, produttore e scrittore Santiago Amigorena, e composta dall’attrice Giulia Maenza, dall’attrice e regista Donatella Finocchiaro, dal musicista Roberto Pischiutta in arte Pivio e dallo sceneggiatore e regista Paolo Strippoli.
La giuria ha anche attribuito una menzione speciale a NORA ARNEZEDER, la protagonista di HELL IN PARADISE di Leïla Sy (produzione francese ma girato in Tailandia con cast internazionale), con la seguente motivazione: «La ripetizione degli eventi porta lo spettatore in un loop ossessivo di angoscia e ansia che Nora Arnezeder riesce a esperire con costante efficacia e notevole intensità».
Il Premio Caligari (dedicato a Claudio Caligari, cui si è reso omaggio durante la cerimonia di premiazione in occasione del decimo anniversario del suo ultimo film prima della prematura scomparsa, "Non essere cattivo"), che ha premiato il miglior noir italiano dell'anno, scelto tra sei titoli in competizione, è invece andato a CIAO BAMBINO, anch'esso un'opera prima, firmato da Edgardo Pistone. La giuria era composta in questo caso da giovani studenti e appassionati di cinema, guidati da Giulio Sangiorgio (delegato Iulm per la selezione), coordinati da Maurizio Di Rienzo insieme alle esperte Anna Maria Pasetti e Nicole Bianchi (per Cinecittà News).
Il giorno precedente erano stati annunciati i vincitori del Premio Giorgio Scerbanenco 2025 per il miglior noir letterario, condiviso ex aequo da "Forse è così che si diventa uomini" di Giorgia Lepore, (Edizioni E/O) e da "La donna della mansarda" di Davide Longo, (Einaudi), "per affiancare due qualità di scrittura e di narrazione che affrontano tematiche sociali come la violenza sui minori, il disagio e la follia, ideando investigatori seriali non convenzionali, che riescono a risolvere i casi nonostante i traumi subiti nella loro vita personale".
Nel corso del Festival è inoltre stato attribuito a Mick Herron il prestigioso Raymond Chandler Award, premio internazionale già attribuito a diversi grandi della letteratura (non solo di genere).
Dopo l'attesa prima milanese ieri sera di "No Other Choice" del maestro coreano Park Chan-wook (versione grottesca di una storia di orrore sociale già portata sullo schermo da Costa Gavras), il Festival si conclude oggi, con le proiezioni al Cinema Arlecchino del vincitore BRULE LE SANG (ore 18) e dell'horror BEN- RABBIA ANIMALE (ore 21) di Johannes Roberts, unico film statunitense in rassegna.
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IL FESCAAAL 2025 CHIUDE CON TRANSAMAZONIA DI PIA MARAIS. TUTTI I VINCITORI DEL FESTIVAL

3/31/2025

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I PREMI DELLA 34a EDIZIONE
Festival del cinema africano, d'Asia e America latina 2025

Foto

TRANSAMAZONIA di Pia Marais
e tutti i VINCITORI della 34a edizione del Festival del cinema africano, d'Asia e America latina

Nel programma principale del Festival, per limitarsi alle due sezioni dei lungometraggi di “Finestre sul mondo” e dei cortometraggi africani, si sono visti diverse storie di rapporti tra padri e figli o figlie, come Oro amargo, In the Summers, The Last Ranger, Sirènes. Le madri spesso sono assenti (In the Summers), lontane (Yunan), malate (The Settlement), inadempienti (Simon de la montana) o sostituite dalle nonne (Listen to the Voices). Chiude dunque degnamente il Festival TRANSAMAZONIA, che ripropone il rapporto problematico, anzi addirittura dubbio, tra una figlia e un padre. Siamo nella foresta amazzonica: una bambina è l'unica sopravvissuta ad un incidente aereo. La ritroveremo più in là negli anni, adolescente, ad affiancare il padre missionario e a praticare miracoli tra la gente del posto. Intanto nella foresta gli indigeni fronteggiano i tagliatori di legname che devastano il loro territorio, e una donna venuta da fuori insinua un dubbio terribile nel cuore della ragazza. Il film è diretto dalla regista Pia Marais (anche presidente della giuria per il concorso lungometraggi), sudafricana di origine, europea per formazione, interpretato da una giovane attrice tedesca e da un attore americano, parlato in inglese e portoghese, ambientato in Amazzonia e prodotto da Francia, Germania, Svizzera, Taiwan e Brasile.
Il racconto è sospeso, quasi ipnotico, in una dimensione dove possono succedere miracoli veri (il salvataggio della bambina) o presunti (quelli offerti dal missionario e dalla sua figlia guaritrice); tra patti stipulati e traditi; tra verità oggettive e verità del sangue e degli affetti; tra un ambiente suggestivo e maestoso, quasi fiabesco, e la realtà drammatica della devastazione ambientale.


Già nella giornata di sabato 29 marzo si è provveduto all'assegnazione dei premi: sono totalmente d'accordo con la vittoria assegnata all'anglo-indiano SANTOSH come miglior lungometraggio della sezione Finestre sul mondo. Anche a me è sembrato il film più maturo dal punto di vista tematico e linguistico, efficacissimo nella dimensione di critica sociopolitica, con personaggi complessi e sfaccettati al di fuori di qualunque stereotipo manicheo, e una trama piuttosto avvincente basata su un'indagine poliziesca. Brava la protagonista Shahana Goswami; e il film è talmente poco accomodante da essere stato addirittura proibito dalla censura indiana.
Mi ha abbastanza sorpreso il Premio del pubblico assegnato a KARTHOUM, ritratto a cinque (tanti sono i personaggi e altrettanti gli autori) di profughi dal Sudan dopo l'ultimo colpo di stato di stato del 2023, che adotta una forma ibrida e non immediata, mescolando realtà testimoniale e messa in scena, vita vissuta ed effetti speciali. Un'operazione, mi sembrava, non di facilissimo effetto. Tra i più papabili per questo premio invece avrei indicato Simon de la montaña, ritratto di un ragazzo disabile nell'Argentina di oggi, toccante senza essere patetico e con una stra-ordinaria prova d'attore da parte di Lorenzo Ferro.
Mi sono sbagliato (forse ero distratto, trovandolo un po' confuso narrativamente) anche rispetto a LEES WAXUL, film senegalese che ha vinto il premio SNCCI per il miglior cortometraggio africano oltre al Premio Multimedia San Paolo. In una rosa di concorrenti di alta qualità sinceramente gli avrei preferito qualche altro titolo.
Ancora a sorpresa, la giuria universitaria (under 30) ha scelto come preferito YUNAN, il film del concorso forse più debitore degli stilemi del cinema d'autore europeo classico: crisi esistenziale, incomunicabilità, lunghi silenzi, panorami suggestivi ma desolati (ottima trovata quello di ambientare il film nel paesaggio inedito delle Halligen). Paradossalmente, la giuria di giovani ha votato il film con i protagonisti meno giovani di tutto il concorso.
Per la sezione Ex'tra ha vinto APNEA (Ita) di Claudia Cataldi, Elena Poggioni, e Stefano Poggioni, sulle traversate verso l'Europa dei migranti; il premio Acec della Diocesi di Milano è andato a SEARCHING FOR AMANI (Kenya-Usa) di Debra Aroko, Nicole Gormley - in cui la ricerca degli assassini del padre del protagonista porta ad un discorso sulla siccità in Africa e sul riscaldamento globale - e quello Visioni di Futuro di Terre des Hommes a PASSING DREAMS (Palestina-Francia-Svezia) di Rashid Masharawi, in cui la ricerca da parte di un bambino del proprio piccione perduto rivela tutte le tensioni quotidiane tra Palestina e Israele.
Nella costola del Festival dedicato al mondo della scuola, il MiWY, riceve il premio Big Zebra di nuovo PASSING DREAMS; il corto di animazione egiziano di Saed e Abdelrahman Dnewar MY BROTHER, MY BROTHER vince il Little Zebra; l'egiziano THE SETTLEMENT di Mohamed Rashad e il corto martinicano SIRENES di Sarah Malléon vincono i premi delle giurie popolari rispettivamente per il miglior lungometraggio e il miglior corto.


Qui trovate la mia panoramica critica su tutti i lungometraggi del concorso “Finestre sul mondo”
e qui trovate la mia rassegna critica dei cortometraggi africani in concorso.


Qui invece, sul sito ufficiale del Fescaaal, trovate tutti i premi assegnati e delle menzioni speciali, con le rispettive motivazioni
e qui premi, menzioni e motivazioni assegnate nell'ambito del MiWY.
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DIECI FINESTRE SUGLI ALTRI MONDI

3/30/2025

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CONCORSO "FINESTRE SUL MONDO"
Festival del cinema africano, d'Asia e America latina 2025

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Ho visto tutti i film presentati nella sezione competitiva “Finestre sul mondo” della 34a edizione del Festival del Cinema africano, d'Asia e America Latina e quindi provo a tirare le somme sulla selezione. Dieci i film in gara, provenienti dai tre continenti, in un programma ovviamente estremamente cosmopolita, che apre altrettante finestre su l'”altra parte” del mondo, quella che conosciamo meno, e della quale sentiamo parlare al limite solo in qualche raro titolo del telegiornale.
Varie le vicende e gli approcci dei film, tutti in prima italiana e talvolta già premiati in altri festival: da quelli più impegnati su temi storico-sociali alle vicende individuali o addirittura esistenziali; ad accomunare molti dei titoli in programma, omaggiando il tema di quest'anno che era “Youth in Motion”, è la presenza di protagonisti bambini, ragazzi e adolescenti alle prese con prove importanti per la loro vita e la loro crescita. Diversi anche gli stili, dal cinema d'autore a quello che sfiora il film di genere, dalla finzione pura a forme paradocumentarie, da quelli che si ispirano a modelli occidentali a quelli che perseguono invece forme di racconto più indipendenti e originali.
​Un'adolescente è al centro del cileno ORO AMARGO di Juan Olea: Carola, figlia di un uomo a capo di una squadra che lavora (abusivamente) in una miniera di rame. Eventi tragici drammatici le imporranno una maturazione e una presa di responsabilità precipitosa e drammatica. Paesaggi (nel deserto di Atacama) e atmosfere con echi volendo quasi western, ma calati in una contemporaneità dove vige ancora la legge del più forte e dove Carola, in quanto giovane e in quanto donna, dovrà difendersi con le unghie e con i denti, con il fegato e con il cervello. Un racconto di formazione teso e appassionante, con un una protagonista convincente (Katalina Sanchez) e un buon cast.
Anche Zhang-Han, il protagonista di LOCUST, sia pure in tutt'altro contesto, nella Taipei del 2019 - dove ampio spazio si dà all'evocazione delle proteste anticinesi ad Hong Kong e alla relativa solidarietà da parte di Taiwan - si trova a vivere in un contesto dominato dalla sopraffazione dei più forti contro i più deboli e dalla violenza e dalle corruzione profondamente radicate nel sistema politico ed economico. Adottato da una famiglia di piccoli ristoratori, Zhang-Han trova a sua volta rimedio alla propria debolezza (è muto) aggregandosi con una gang che usa la violenza prima per riscuotere crediti per conto di uno strozzino, poi per effettuare rapine e intimidazioni. E' una strada senza uscita, che porta il protagonista ad una serie di perdite progressive, compreso l'amore di una ragazza che si è interessata a lui. Nel background di KEFF, artista multidisciplinare taiwanese-americano, c'è sicuramente la conoscenza del cinema occidentale, da Arancia meccanica (la rappresentazione della gang armata di mazze da baseball) a Taxi Driver, con cui presenta sostanziose analogie nello sviluppo drammaturgico, fino al post-finale mediatico, ma con esito opposto rispetto al film di Scorsese e Schrader.
​Ha un handicap anche il ventunenne Simon di SIMON DE LA MONTAÑA, dell'argentino Federico Luis Tachella. La madre, probabilmente per un rifiuto psicologico, non si è mai preoccupata di far certificare la sua inabilità: il ragazzo, con problemi comportamentali evidenti, aiuta il compagno della madre sul lavoro ma ad un certo punto scopre ragazzi e ragazze come lui in un centro di salute mentale che frequenta abusivamente. E' la scoperta dell'amicizia, di una sessualità che ormai preme per trovare soddisfazione, di una forma di nuova libertà dalla tutela degli adulti. Un racconto toccante senza leziosità o ruffianerie, con un cast composto in parte da ragazzi e ragazze disabili. Il film è stato premiato alla Semaine de la critique a Cannes e diversi premi ha vinto anche l'attore protagonista Lorenzo Ferro.
Di nuovo una società inquinata dalla violenza è quella in cui si trovano a vivere i giovanissimi protagonisti di LISTEN TO THE VOICES, di Maxime Jean-Baptiste, nella Guyana francese. Il film è ispirato alla storia vera di un giovane musicista e dee-jay, ucciso anni prima da una gang: i personaggi principali - un ragazzino che vive in Francia ma trascorre le sue vacanze scolastiche in Guyana, la nonna cui è affidato, madre del giovane ucciso, e un altro giovane, che era il miglior amico del morto che non sa rassegnarsi alla sua perdita - sono i protagonisti reali della vicenda. Un progetto generoso, sospeso tra finzione e documentario, sostenuto da un forte intento educativo e morale.
Un passo ancora più in là verso la forma documentaria lo compie KARTHOUM, gitrato da un collettivo di autori sudanesi composto da Anas Saeed, Rawia Alhag, Ibrahim Snoopy Ahmed, Timeea Mohamed Ahmed e Phil Cox. La realizzazione di un film sul Sudan che si affaccia alla democrazia dopo decenni di guerre civili, dittature, carestie, deve interrompersi e prendere un'altra forma dopo lo scoppio nel 2022 di nuovi violenti disordini a seguito dell'ennesimo golpe militare. Gli autori proseguono il loro lavoro raccontando la storia di cinque persone/personaggi: un funzionario statale, una venditrice di tè, un giovane attivista, due bambini di strada che vivevano raccogliendo bottiglie di plastica. Ciascuno è invitato a raccontare la propria storia (con gli altri impegnati di volta in volta a fare da “comparse” nelle storie altrui), spesso davanti ad un blue screen che si anima poi fittiziamente dei paesaggi che ci si è ormai lasciati alle spalle. Attraverso la forma ibrida emergono senza retorica le storie di persone in fuga e in cerca di nuove possibilità di vita e di sopravvivenza e (perché no?) di crescita e miglioramento, anche al di fuori del proprio martoriato paese. Un film che i nostri razzisti-sovranisti-xenofobi dovrebbero vedere, tanto per capire di chi e di che cosa stanno (stra)parlando.
Un affresco di una società violenta e corrotta, di fronte al quale spicca un forte ritratto femminile, è presentato in SANTOSH, della regista angloindiana Sandhya Suri, al suo esordio nel lungometraggio dopo apprezzate prove nel cinema documentario e di breve formato. La protagonista eponima rimane vedova del marito, un poliziotto ucciso da una pietrata durante degli scontri etnico-sociali. Grazie ad un programma governativo caritatevole le viene offerto di prendere il posto del marito in polizia: accetta, e ben presto si troverà profondamente coinvolta nel caso di una ragazzina violentata, uccisa e gettata in un pozzo, in una zona rurale e disagiata del nord. Il ritratto della società indiana che ne esce è drammaticamente impietoso (e infatti il film ha avuto enormi problemi con la censura in patria, dove non è stato distribuito): la condizione subalterna della donna, la violenza di genere quella endemica che attraversa gli strati sociali; l'inettitudine, la venialità e la mancanza di integrità professionale e morale della polizia. Una società spaccata poi da innumerevoli fratture e divisioni: quella economica tra ricchi e poveri, quella tra caste (ci sono due generi di “intoccabili” in India, dice la coprotagonista: quelli che “nessuno vuole toccare” e quelli che “non si possono toccare”), quella tra etnie (con i mussulmani contrapposti agli indù); quella tra uomini e donne; tra chi ha il potere e chi lo subisce. Santosh non fa sconti a nessuno, neppure alla sua protagonista (l'intensa Shahana Goswami) e alla sua superiore gerarchica, disegnando senza manicheismo due ritratti femminili pieni di sfumature, non sempre edificanti, e di contraddizioni. Una complessità morale che trova riscontro anche in una forma cinematografica già matura e articolata: decisamente uno dei film più riusciti della selezione (non a caso la Gran Bretagna l'ha candidato all'Oscar come miglior film internazionale).  
​Il mondo del lavoro è al centro dell'egiziano THE SETTLEMENT di Mohamed Rashad e del birmano Ma – Cry of Silence (il titolo casualmente riecheggia quello italiano di un film sulla tragedia cambogiana) di The Maw Naing. Anche nel primo un ragazzo viene assunto in una fabbrica siderurgica in sostituzione del padre, morto sul lavoro in circostanze non chiarite. L'assunzione del ragazzo, che ha precedenti penali legati allo spaccio di droga e cui si aggrega il fratellino più giovane, che non vuole più andare a scuola ma che sogna anche di vendicare la morte del padre, serve anzi proprio a sopire qualsiasi rivendicazione in proposito da parte dei parenti. Anche Rashad esordisce nel lungometraggio di finzione con questo film; ma il ritmo è piuttosto lento e molti dei percorsi narrativi alla fine rimangono un po' irrisolti.
All'opposto, è invece tutto femminile l'universo lavorativo rappresentato in MA - CRY OF SILENCE (il sorvegliante maschio, che pure appare più volte in scena, non viene mai inquadrato chiaramente). Un gruppo di operaie di una fabbrica tessile inizia uno sciopero dopo che, oltre alle “normali” condizioni di sfruttamento, il pagamento degli stipendi ritarda di alcuni mesi. Le uniformi celesti si colorano del rosso dei nastri delle scioperanti; il remissivo silenzio cui sono obbligate sul lavoro diventa il grido degli slogan scanditi dalle operaie, determinate nella loro mite e non violenta protesta. Ma sono i padroni, i ricchi, i maschi, ad avere letteralmente il bastone dalla parte del manico, sicuri dell'impunità che gli permette di esercitare qualsiasi forma di coercizione e di violenza, anche la più estrema. Un racconto collettivo, con una fotografia buia e contrastata: un film che è evidentemente anche e soprattutto un gesto politico.  
​Di nuovo tutto femminile, ma stavolta in chiave famigliare, l'universo raccontato da IN THE SUMMERS, ambientato in Nuovo Messico e firmato dalla regista colombiana Alessandra Lacorazza. Con un'importante eccezione, visto che il film è imperniato sul rapporto che evolve nel corso degli anni tra due figlie (prima bambine, poi adolescenti, infine giovani donne) e il padre. Dotato per la scienza (matematica e astronomia in particolare) e con un carattere originale e insofferente verso l'autorità, l'uomo non ha avuto le opportunità per emanciparsi dalle sue umili origini e ha presumibilmente avuto dei guai con la droga e con la giustizia. Il rapporto ambivalente, di odio e amore, con le figlie - durante le vacanze estive che le ragazze, affidate alla madre separata, trascorrono con il padre - segue fasi alterne, ma sostanzialmente involutive, dall'iniziale buona volontà di essere un padre affettuoso e stimolante agli sbandamenti sempre più gravi e frequenti, tra i quali uno letterale che porta la macchina con a bordo i tre fuori strada in un drammatico incidente. Lo stile è quello tipico del cinema indipendente statunitense, che è stato apprezzato in diversi festival, tra i quali ovviamente il Sundance, Deauville e il Frameline di San Francisco dedicato al cinema LGBTQ.
Completa la decina YUNAN di Ameer Fakher Eldin, che si distacca in vari modi dagli altri film della sezione: sia per la produzione - che vede una compagine molto variegata composta da Germania, Canada, Italia, Palestina, Qatar, Giordania, Arabia Saudita - sia per l'ambientazione, in un'isola tedesca del Mare del Nord, sia per l'assenza di protagonisti giovani, sia per la tematica, prettamente esistenzialista. Anche il tema delle radici, o piuttosto dello sradicamento, ha una connotazione individualista, piuttosto che sociale come in altri casi. Il protagonista è un uomo di mezza età che sta attraversando una profonda crisi esistenziale. Per trovare un sollievo al proprio malessere (forse definitivo: con sé porta una pistola) si rifugia nella solitudine estrema di un'isola delle Halligen, nella Frisia settentrionale. Si tratta di isole alluvionali, pochissimo abitate e spesso sommerse quasi completamente dalle inondazioni (dalle quali le poche case presenti si salvano grazie a piccoli rialzi del terreno sul quale sono edificate). Paesaggi vuoti e affascinanti che hanno risonanze interiori, lunghi silenzi e le immagini spettacolari dell'inondazione, che assume anch'essa una risonanza simbolica. La lentezza della narrazione corrisponde evidentemente all'intento autoriale, ma la sensazione che la stessa vicenda potesse essere raccontata in un corto di trenta minuti (anziché in due ore abbondanti) è difficile da mandare via. Una curiosità: nel film compare forse l'unica attrice riconoscibile anche da uno spettatore occidentale comune: è Hannah Schygulla, indimenticata icona del Nuovo cinema tedesco tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '80.

  • Leggi anche la rassegna critica sul ​Concorso per cortometraggi africani
  • ​Leggi anche i film vincitori del Festival  
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NERO E RISTRETTO: IL CONCORSO DEI CORTOMETRAGGI AFRICANI AL FESCAAAL 2025

3/26/2025

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CONCORSO CORTOMETRAGGI AFRICANI
Festival del cinema africano, d'Asia e America latina 2025

​E’ ottimo quest’anno il livello qualitativo della selezione per il concorso dedicato ai cortometraggi africani, spesso coprodotti con Paesi occidentali e già premiati in altri festival. I nove film in competizione (di durata tra gli 8 e i 30 minuti) sono ovviamente diversi per tematiche, stili e modalità di realizzazione, e rappresentativi di tutta la realtà geografica e culturale del continente, dall’Egitto al Sudafrica, da Capo Verde a Mauritius.
Le tematiche ricorrenti sono quelle delle difficoltà materiali ma anche psicologiche di vivere in contesti difficili, segnati dalla mancanza di mezzi ma anche di prospettive per il futuro; la difesa del territorio e della specificità ecologica e culturale delle terre d’origine, e la difesa della memoria.
Alta qualità della fotografia, effetti speciali, cura del sound design e buone interpretazioni sono elementi che caratterizzano una produzione al passo con i tempi e decisamente interessante.
Fa uso di effetti speciali digitali l’algerino Généaologie de la violence, di Mohamed Bourouissa, per raccontare un episodio in fondo minimale: un “normale” controllo di polizia in cui il potenziale di violenza e di sopraffazione latente diventa per il giovane protagonista un’esperienza alienante, resa visivamente attraverso immagini di sintesi digitale.
Ancora più in là si spinge The Dawn (Beutset – L’aurore), tanto nell’immaginare un futuro distopico che nella metafora politica. La regista Alicia Mendy è di origini italo-senegalesi e ha realizzato il film, ambientato a Dakar, con una produzione svizzera. Il protagonista si muove in una realtà dove la diffusione di un parassita rende impossibile bere acqua se non si assumono delle costose pillole, pena l’impazzimento. Anzi, le pillole, come in Matrix, sono due: una nera per la sopravvivenza e una rosa, molto più costosa, per poter continuare a sognare. Si lavora per sopravvivere, mentre i sogni sembrano proibitivi; ma forse smettere di prendere le pillole, uscire dal sistema, può servire a prendere consapevolezza della propria condizione e a vedere più chiaramente la realtà. Il film si pone un obiettivo ambizioso e ricorre ad una adeguato stile visivo che attinge anche alla danza per prefigurare un metaforico risveglio.
​Mescola suggestivamente personaggi animati e sfondi cinematografati My Brother, My Brother, dei fratelli egiziani Saad Dnewar, Abdelrahman Dnewar, che raccontano (ovviamente, visto il titolo e la fratellanza degli autori) una storia famigliare.
Fa ricorso all’animazione anche il mauriziano Kim Yip Tong per raccontare in Pie dan lo (la traslitterazione dell’espressione con cui i francesi indicano le proprietà a bordo mare) il disastro ecologico che ha colpito le coste dell’isola di Mauritius a causa dell’incagliamento di una petroliera sulla barriera corallina di fronte alla costa e del conseguente sversamento in mare di petrolio. Un linguaggio visivo molto efficace e suggestivo per raccontare una catastrofe ambientale, ma anche una storia di solidarietà, dove tutti gli abitanti dell’isola, compresa la flora e la fauna, sembrano mobilitarsi e cooperare per tentare di contenere gli esiti del disastro.
E’ di nuovo l’animazione il linguaggio utilizzato in Homesick (Hanina), dell’egiziana Yasmin Moll (oggi docente di antropologia negli Usa), per rievocare in modo elegiaco e suggestivo i 44 villaggi nubiani definitivamente sommersi dopo la costruzione della diga di Assuan. L’evocativa iconografia si basa su una ricerca sulla memoria visiva dei luoghi e della cultura. 
​Anche nel sudafricano The Last Ranger si lotta per la difesa delle risorse naturali del proprio territorio: in questo caso gli animali selvaggi (nello specifico qui i rinoceronti) insidiati dai cacciatori di frodo. Ambientato nella Amakhala Game Reserve deserta di turisti a causa del Covid, il film mette la piccola Litha di fronte al padre, bracconiere per sopravvivenza, e a una coraggiosa ranger: non avrà esitazione a capire quale sia l’esempio da seguire. Il film di Cindy Lee ha una struttura convenzionale che mescola il romanzo (o qui si direbbe meglio il racconto) di formazione con l’action movie (non sempre gestito alla perfezione), ma è forse il corto in concorso più coinvolgente dal punto di vista emotivo, anche grazie alla toccante interpretazione della sua piccola protagonista.
Uno sguardo nostalgico per la propria terra d’origine è presente anche in The Last Harvest, di Nuno Boaventura Miranda, dove tre personaggi, capoverdiani emigrati in Portogallo – tra i quali un ragazzino che teme di dimenticare l’immagine del proprio padre -, rievocano immagini, suoni, musiche della loro terra d’origine. Tra bianco e nero e colore, immagini molto accurate; nella colonna sonora, tutta la malinconica saudade della morna capoverdiana.
​Padri di famiglia in contesti di vita difficili sono presenti nel Senegal di Lees Waxul di Yoro Mbaye e nella Martinica di Sirènes di Yoro Mbaye. Nel primo un uomo si arrabatta per mantenere la famiglia con un traffico di pane; nel secondo un pescatore/ristoratore non riesce a nascondere il proprio cinismo – dettato dalla frustrazione – di fronte alla sua bellissima bambina che sogna di comunicare con le sirene di fronte ad un mare dal quale invece arriveranno sulla spiaggia solo corpi esanimi.

  • Leggi anche la rassegna critica sul Concorso per lungometraggi ​"Finestre sul mondo"
  • Leggi anche i film vincitori del Festival
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IN VIAGGIO CON LA ZEBRA

3/16/2025

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34° FESTIVAL CINEMA AFRICANO ASIA E AMERICA LATINA
​21-30 marzo 2025

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Il logo della 34a edizione del FESCAAAL – Festival del cinema africano, d’Asia e d’America latina (a Milano e online dal 21 al 30 marzo) propone una variopinta quadratura e riquadratura del cerchio, alla ricerca di un’armonia ideale; ma, nello stesso tempo, dal muso della zebra-totem che sta al centro sembrano irradiarsi ondate di colorata energia che si propagano verso l’esterno, vero chi guarda e verso il futuro.
D’altra parte, il claim di quest’anno è proprio Youth in Motion, e pone quindi ottimisticamente l’accento sul cambiamento e sull’energia presente nei Paesi che tendiamo a “non vedere”, in Africa, in Asia, in America latina.
E c’è un altro “portale” simbolico attraverso cui si accede al Festival: la sigla che precede le proiezioni principali, dove sono assemblati in poco più di un minuto, in un montaggio suggestivo, frammenti di tanti dei film presenti nel programma. Un caleidoscopio di volti, di colori della pelle, di abiti, di corpi, di gesti, di movimenti, di sguardi, di paesaggi più o meno esotici; squarci su altri mondi, altre facce, altri modi di vivere. In queste antologie del mondo ci sono purtroppo anche periferie, miseria, rovine, eppure il montaggio velocissimo e la musica incalzante donano a tutto il fascino della bellezza e suscitano la curiosità di aprire quelle finestre, entrare in quei mondi, conoscere quelle persone.
Ma nel Fescaaal non c’è solo la dimensione estetica. Spesso i film che vediamo nel festival sono animati da una forte tensione etica e politica. Non è un caso che diversi titoli, sia nella sezione del concorso principale che nella sezione Extr’a, siano dedicati alla situazione palestinese, prima e durante i tragici avvenimenti che la stanno sconvolgendo in maniera inimmaginabile. Come hanno spiegato in conferenza stampa Alessandra Speciale e Anna Maria Gallone, le valorose e storiche direttrici artistiche, nella difficile scelta tra 600 titoli circa che ogni anno si candidano alla partecipazione al festival, spesso viene privilegiata la necessità e l’urgenza di comunicare la propria realtà, prima ancora dell’opera perfettamente rifinita ed esteticamente pulita.
Viene da chiedersi a questo punto quale sia l’attualità di un festival del genere, in un’epoca in cui le politiche di inclusione, di accettazione del diverso, di integrazione sociale e culturale vengono rimesse in discussione con una virulenza inaudita, in un mondo sempre più dominato da guerre, sovranismi, razzismi, autoritarismi insofferenti e intolleranti: ma forse proprio per questo il Fescaaal è un’occasione ancora più preziosa e più imperdibile, una fiaccola per mantenere e diffondere un po’ di luce in questi tempi bui.
Per fortuna il Festival, organizzato dal Coe, Centro orientamento educativo, continua ad avere molti amici, dai sostenitori istituzionali (Ministero della Cultura, Comune di Milano, Diocesi di Milano, Cei, Consolato svizzero), a molte associazioni e istituti sociali e culturali (il copromotore Terre des Hommes, Cineteca di Milano, Fondazione Prada, Institut culturel francais, il Sindacato critici cinematografici italiani), agli sponsor (tra i quali Eni con il ruolo di main sponsor), ai tanti media partner (Radio popolare, LongTake, ecc.), fino a MyMovies che ospita parte della programmazione del festival sulla propria piattaforma. Impossibile, per fortuna, citare tutti.
La struttura del festival è analoga a quella delle scorse edizioni: il concorso principale Finestre sul mondo, con dieci lungometraggi in competizione (molti dei quali già presentati e premiati in vari festival internazionali) provenienti dai tre continenti (Argentina, Birmania, Cile, Colombia, Egitto, Guyana, India, Libano, Sudan, Taiwan), il concorso dedicato ai Cortometraggi africani (tra i quali il sudafricano The Last Ranger, candidato all’Oscar), il concorso Extr’a, dove l’Italia e gli altri continenti incrociano i propri sguardi, la sezione Flash, con film fuori concorso, E tutti ridono, che presenterà Clash, una commedia cinese sul mondo del football, e una retrospettiva completa dedicata al regista messicano Ruiz Palacios, il cui La cocina (ambientato in un ristorante di Manhattan, con Rooney Mara protagonista, aprirà il festival. Film di chiusura sarà invece l’affascinante Transamazonia, di Pia Marais (presidente della giuria internazionale del festival), un vero emblema della transnazionalità: regista sudafricana, protagonista tedesca, ambientazione nella foresta amazzonica brasiliana, coproduzione Europa-Brasile-Taiwan.
25 dei 44 film presentati sono anteprime nazionali; viene presentato in prima mondiale il corto Goodbye Baghdad, di Simone Manetti, che ripercorre la vicenda drammatica di Nicola Calipari e del tentativo di liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, vicenda già presente sui nostri schermi in questi giorni nel film Il nibbio)  con una prima mondiale. Numerosissime saranno inoltre le possibilità di incontrare gli autori del film, che confluiranno a Milano provenendo da ogni parte del mondo per accompagnare e presentare le loro opere al festival. A latere della programmazione cinematografica si terranno inoltre alcune tavole rotonde sul rapporto Italia-Africa e sull’attivismo giovanile in Africa in campo culturale, sociale ed ecologico.
Discorso a parte merita un’importante e meritoria costola del Fescaaal, il MiWY, ovvero il MiWorld Young Film Festival, film e intercultura per le scuole, giunto alla sua sesta edizione, con giurie di studenti (delle secondarie di primo e secondo grado, distribuite da Milano a Catania – c’è ancora la possibilità di aderire) impegnate a scegliere i film ritenuti meritevoli all’interno di una programmazione nella quale la maggior parte dei titoli proposti deriva dalle sezioni principali del festival.
Per partecipare al festival: per le proiezioni al Cinema Arlecchino, all’Auditorium San Fedele e a Fondazione Prada i singoli biglietti interi costano dai 6 agli 8 euro; gli abbonamenti costano 25 euro (15 per i minori di 26 anni); l’abbonamento Premium costa 45 euro e dà diritto ad alcuni vantaggi ulteriori oltre che ad accedere anche alle proiezioni online. Da qualche anno, infatti, come si è già detto, è possibile assistere ad una parte della programmazione del festival anche da tutta Italia, senza venire fisicamente a Milano, grazie alla partnership con MyMovies: una selezione dei film è visibile in streaming sulla piattaforma (secondo un calendario prestabilito), stipulando un abbonamento per un mese (o più), al costo mensile di 3,5 euro (con accesso a tutto il catalogo della piattaforma).
Dovunque voi siate, e dovunque vogliate andare nel mondo, insomma, buon viaggio e benvenuti al Festival del Cinema africano, d’Asia e di America latina.
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DI NERO IN NERO

12/17/2024

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La 34a edizione del NOIR IN FESTIVAL:
BRIEF HISTORY OF A FAMILY (Cina) di Jianjie Lin
PRESENCE (Usa) di Steven Soderbergh
MEXICO 86 (Belgio-Francia) di César Diaz
MIMI' - IL PRINCIPE DELLE TENEBRE (Italia) di Brando De Sica

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Decisamente in ritardo, vi aggiorno sulla conclusione della 34a edizione del Noir in Festival, che si è conclusa a Milano lo scorso 7 dicembre, anche perché almeno tre dei film di cui tratto più diffusamente sono già disponibili o usciranno nei prossimi mesi. 
​Nel bilancio del festival, una bella selezione di film e di anteprime, uno sguardo a 360° gradi che ha abbracciato cinema e serie tv, letteratura e fumetto e persino podcast radiofonici, moltissimi ospiti di prestigio e – ottima notizia - un aumento del 30% del pubblico che ha seguito il festival rispetto all'edizione precedente.
Nella sezione letteraria del Festival, Joyce Carol Oates (di cui è uscito recentemente per La Nave di Teseo l'ultimo romanzo, Macellaio e che ha incontrato il pubblico al Teatro Franco Parenti e gli studenti allo Iulm) ha vinto il Raymond Chandler Award, destinato a personalità che hanno ottenuto risonanza internazionali con opere apparentabili al genere noir. Per il noir italiano, invece il Premio Giorgio Scerbanenco è andato a Orso Tosco per L'ultimo pinguino delle Langhe.
Due anche i concorsi cinematografici, che hanno visto prevalere, forse a sorpresa, due esordienti nel lungometraggio: il Black Panther Award del concorso internazionale è infatti andato a Brief History of a Family, del cinese Jianjie Lin, mentre il premio Claudio Caligari per il miglior noir italiano della stagione è andato a Mimì – Il principe delle tenebre, di Brando De Sica.  
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Brief History of a Family sarà distribuito anche in Italia da Movies Inspired. Jianjie Lin ha una formazione da biologo, e si vede. Prende un piccolo microcosmo, una famiglia composta da padre, madre e figlio adolescente (la coppia non ha avuto altri figli in ossequio alla politica cinese di contenimento delle nascite praticata dallo Stato cinese fino a un decennio fa – il regista presente alla proiezione ovviamente, come di consuetudine con i film provenienti dalla Cina, smentisce qualsiasi intenzione critica o polemica contro le autorità costituite); poi inocula un corpo estraneo (un altro ragazzo coetaneo del figlio, orfano di madre e con un padre alcolizzato e manesco), e sta a vedere, come davanti ad un microscopio, quale reazione si origina.
Il racconto mantiene una certa dose di ambiguità (ci si chiede quali siano le reali motivazioni dell'intruso, se davvero esiste un padre violento che non si vede mai, come reagirà il figlio naturale davanti alla crescente affezione dei genitori verso il nuovo venuto, tanto da pensare ad un certo punto di adottarlo legalmente); ma il noir della storia è soprattutto nello sguardo del regista, che tiene sempre alta la tensione, riprende arterie autostradali con viraggi al rosso che le fanno assomigliare a vene piene di sangue, minaccia di continuo una violenza che sembra pronta ad esplodere.  

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​Tra i molti nomi interessanti del concorso (come gli svedesi Moller - che si era conquistato attenzione con The Guilty - e von Horn, il cui The Girl with the Needle è stato candidato ai Golden Globe e agli Oscar, o il francese Guiraudie, che aveva diretto Lo sconosciuto del lago) il nome di maggior spicco era decisamente quello dello statunitense Steven Soderbergh, che ha portato in gara il suo ultimo film, Presence (che sarà distribuito in Italia da Lucky Red a partire dal prossimo 6 febbraio).
Soderbergh è uno che nella sua carriera si è portato a casa Emmy, Palme d'Oro, Oscar; ma è anche uno dei registi più incostanti ed eclettici del cinema americano, e un autore che, a sessant'anni suonati e dopo aver girato 34 film di ogni genere, tipo, ambizione e riuscita, conserva ancora il gusto della sperimentazione tecnica e linguistica (il suo Unsane, del 2018, ad esempio, era stato girato interamente con un IPhone).
Oltretutto Presence vanta la firma alla sceneggiatura di David Koepp: per intenderci, quello che ha scritto Jurassic Park, Mission: Impossible, Spider-Man, amato da Spielberg e da De Palma, autore per Zemeckis o Fincher.
Presence in sostanza è la solita storia della casa infestata da un fantasma (che non vedremo mai) che non trova pace; ma la presa di posizione degli autori è radicale: tutto il film (non sto spoilerando; lo si capisce ben presto) è girato dal punto di vista della presenza che abita la casa, coabitando, non vista ma percepita, con la famiglia che vi è recentemente stabilita.
Tutto il film è girato quindi in soggettiva, cioè attraverso gli occhi di un personaggio: non è una completa novità (per dire, l'aveva già fatto Robert Montgomery nel 1947, con La donna nel lago, tratto da un romanzo di Raymond Chandler; ma la novità stavolta è che gli occhi sono quelli di un personaggio che tecnicamente non esiste, una presenza incorporea e invisibile.
La mdp-fantasma si aggira con movimenti fluidi e sinuosi per i locali della casa, prima deserti, quindi abitati, spia da vicino i suoi abitanti e i loro segreti, finché tutti , letteralmente, in un modo o nell'altro, saranno usciti dalla casa stregata.
C'è sicuramente anche un interessante sottotesto metacinematografico: la presenza è nello stesso tempo il regista e la sua macchina da presa, che si muovono tra i personaggi scegliendo cosa far vedere e ascoltare allo spettatore, e nello stesso tempo è lo spettatore stesso, una presenza voyeuristica (nascosta nel buio della sala) che tutto vede e sa ma senza poter intervenire a modificare gli eventi.
Tutto suggestivo e probabilmente inedito, ma Soderbergh e Koepp sembrano accontentarsi della loro bella trovata e non ne sviluppano fino in fondo le potenzialità, lasciando al film un senso di incompiutezza, dove le vicende anteriori vengono poco chiarite e i personaggi (cinque in tutto) vengono poco approfonditi.
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Interessante all'interno della selezione anche Mexico 86, che batte bandiera franco-belga ma che è ambientato in Messico e i cui personaggi principali sono guatelmatechi. César Diaz (nato in Guatemala e formatosi in Messico, Belgio e Francia) continua a rievocare le memorie legate alla madre, come già aveva indirettamente fatto con Nuestras madres, il suo primo lungometraggio del 2019. Bérénice Bejo (nata in Argentina e naturalizzata francese) interpreta un'attivista che si oppone alla feroce dittatura guatelmateca, rifugiatasi in Messico dopo che il suo compagno (e padre di suo figlio) è stato assassinato in patria. Nel 1986, mentre il Messico si prepara a celebrare i campionati mondiali di calcio, dove sono stati invitati anche i rappresentanti del governo guatelmateco, si trova a gestire contemporaneamente la sua lotta che la vede impegnata sotto copertura nella redazione di un giornale, e a prendersi cura del proprio figlio ormai undicenne, di cui la nonna malata non può più occuparsi. Forte afflato autobiografico (la storia della finzione ricorda da vicino quella vissuta realmente da Diaz), buona tensione narrativa e morale e una Bejo fortemente impegnata nel ruolo.

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Mimì – Il principe delle tenebre (disponibile in esclusiva su MyMoviesOne) nel concorso italiano ha battuto, tra gli altri concorrenti, titoli come Adagio di Sollima, Iddu - L'ultimo padrino di Piazza e Grassadonia, Caracas di D'Amore. L'esordio alla regia di Brando De Sica (figlio e nipote d'arte) parte da un'idea originale nella sua semplicità: girare un film di vampiri a Napoli, con protagonista un giovane pizzaiolo timido e sprovveduto. Mimì si fa irretire da una dark girl appassionata cultrice di Dracula e vampiri (compare il Nosferatu di Murnau), fino a prendere il gioco troppo sul serio e mettersi in rotta di collisione con una banda di camorristi neomelodici. Un pastiche (camorra, musical, horror, romance, ecc.) che ha tra i suoi ascendenti Tano da morire della Torre, ma soprattutto modelli più recenti come i film dei Manetti Bros, situandosi a metà strada, diciamo, tra Zora la vampira e Song 'e Napule e Ammore e malavita. Ma il film (alla cui sceneggiatura ha messo mano anche Ugo Chiti) zoppica un po' (come il suo protagonista), e forse il meglio viene nella seconda parte, quando vira decisamente in direzione orrorifica, e nel bel finale, dove la tenebrosa, gotica e ammaliante Carmilla (interpretata da Sara Ciocca) si ritrasforma in una quasi bambina di commovente fragilità.
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FESTIVAL DEL CINEMA AFRICANO ASIA E AMERICA LATINA: I CORTOMETRAGGI AFRICANI

5/13/2024

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Il Fescaaal 2024 ha proposto come da tradizione anche il sempre interessante concorso per i Cortometraggi africani: dieci i titoli in gara, provenienti da tutto il continente, dal Maghreb al Sudafrica, ma anche dai paesi della diaspora, con durate che vanno dai pochi minuti alla mezz'ora.
Una panoramica sulle condizioni di vita nel continente, ma anche una riflessione sulle migrazioni - tra processi di integrazione e sradicamento – osservate nelle diverse generazioni.
L'opera che più mi ha colpito è I Promise You Paradise (già pluripremiato), dell'egiziano Morad Mostafa. L'altra faccia della migrazione, quella che non vediamo e non vogliamo vedere, nella storia di un giovane di provenienza subsahariana, Eissa, giunto in Egitto. Nel racconto si accenna a degli scontri in cui alcuni amici di Eissa hanno perso la vita, e c'è una giovane donna da cui lui ha avuto un figlio, e con la quale parla del futuro che non c'è in una macchina immobilizzata e dal parabrezza infranto. Immagini potenti, iconiche, fotografia contrastata, ambientazione suggestiva, dialoghi laconici e narrazione ellittica. Un piccolo gioiello, che tutti quanti pensano che i migranti siano tutti delinquenti o scarafaggi dovrebbero costretti a vedere.
Molto bello e molto premiato anche La voix des autres di Fatima Kaci. Una tunisina lavora come interprete durante gli incontri di chi chiede asilo in Francia con funzionari dell'immigrazione, assistenti sociali, tribunali. Le parole del dolore e delle pene altrui – spesso non credute – che passano attraverso la sua bocca, ma che lasciano in lei residui di empatica sofferenza per esseri umani che hanno patito violenze, torture, lutti. Una messa in scena asettica – come dovrebbe essere la sua protagonista – ma che tocca e lascia il segno.
Ma il racconto dell'Africa e dei suoi problemi non passa solo attraverso rappresentazioni tragiche e drammatiche. Sceglie la leggerezza e un tenero umorismo Azedine Kasri, che sceglie d parlare del clima retrivo, bigotto e repressivo della sua Algeria con la storia di due giovani innamorati, costretti ad immaginarsi rocambolesche peripezie pur di scambiarsi qualche bacio. Il divertente film, appunto, si intitola The Kiss.
Uno sguardo ironico anche quello di Festival of Slaps di Abdou Cissé, ambientato tra i nigeriani emigrati in Inghilterra, elogio politicamente scorretto dei metodi educativi poco ortodossi dei genitori africani, e del sudafricano Love, Your Neighbour di Jethro Westroad, che ironizza sull'ossessione dei suoi compatrioti per la sicurezza e mostra una chat sulla security che finisce per degenerare in un dibattito sulle incursioni delle scimmie.
Un tono narrativo spigliato anche nei due corti provenienti dall'Inghilterra, l'apprezzabile Muna, di Warda Mohamed, su una ragazza somala che vorrebbe partecipare ad una gita scolastica contro il diniego dei genitori e contemporaneamente deve confrontarsi con un lutto famigliare, e Pray, narrativamente meno preciso, di Caleb Azumah Nelson, sul rapporto di due fratelli che a loro volta devono affrontare un evento luttuoso.  
Nel belga Villa Madjo Elen Sylla Grollimund, figlia di un padre bianco nato in Africa e di una madre nera nata in Europa, riflette sulla propria paradossale storia famigliare e sulla propria identità, tra colonialismo e integrazione, utilizzando filmati d'epoca, filmini famigliari, animazione, fotografie, in un lavoro che ricorda quello dell'italiana Alina Marazzi.
Più calati nella realtà dell'Africa nera e con bambini protagonisti il kenyota Stero, di Tevin Kimathi e Millan Tarus, dove un bambino lotta aiutato dallo spirito di un guerriero immaginario contro la rigida educazione anglofona cui è costretto, e Dusk, fiaba autobiografica – premiata dalla giuria del festival - della senegalese Awa Moctar Gueye dove una bambina lotta contro le proprie paure per diventare la leader del gruppo di coetanei, affrontando il babau del paese, un fool che si aggira per le strade con un misterioso sacco sulle spalle gridando parole inconsulte.  

Leggi anche la carrellata critica di Into the Wonderland sui lungometraggi delle sezioni "Finestre sul mondo" e "Flash":
  • prima parte
  • seconda parte
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FESTIVAL DEL CINEMA AFRICANO ASIA E AMERICA LATINA: I LUNGOMETRAGGI - 2A PARTE

5/11/2024

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PERDIDOS EN LA NOCHE (Mexico) di Amat Escalante
SUJO
(Mexico) di Astrid Rondero e Fernanda Valadez
DILLI DARK
(India) di Dibakar Das Roy
DEMBA
(Senegal) di Mamadou Dia
​SOME RAIN MUST FALL
(Cina) di Qiu Yang
UNTIL TOMORROW
(Iran) di Ali Asgari

Nota: ho semplificato i paesi di produzione limitandomi a quelli prevalenti e più significativi per nazionalità dell'autore e luogo di ambientazione; mi scuso inoltre per la rassegnata trascuratezza nell'uso degli accenti.

Superata la boa di metà festival, sono apparsi quelli che secondo me sono i film più forti e riusciti, firmati d'altra parte da autori già premiati e titolati; in entrambi i casi si parte dalla dura e violenta realtà messicana per aprire alla fine delle piccole finestre alla speranza.
Sottolineavo già nella prima parte della mia rassegna critica sull'edizione 2024 la centralità in molti film, quasi tutti, del rapporto tra giovani o giovanissimi protagonisti con la presenza, o spesso l'assenza, di figure genitoriali. Non fanno eccezione i nuovi titoli presentati in programma, e sarebbe davvero interessante sapere se una simile tematica sia quella effettivamente prevalente nei film degli altri continenti, o se si tratta di una predilezione dei selezionatori.
​In Perdidos en la noche (nella sezione Flash) ad essere scomparsa è la madre del protagonista, una militante che protestava contro l'apertura sul territorio di una nuova miniera. La tagline lo definiscono un revenge movie, ed effettivamente il film si impernia sulla ricerca del giovane protagonista di verità e di giustizia, ma la sceneggiatura fa ben presto prendere agli avvenimenti del film una piega imprevedibile. Il film di Amat Escalante (già premiato a Cannes e Venezia con i suoi precedenti film e autore di alcuni episodi della serie Narcos: Messico) colpisce dapprima per la ricchezza di personaggi, di svolte narrative, di tematiche (ci sono ad esempio la speculazione finanziaria, gli incidenti sul lavoro, i desaparecidos, la polizia corrotta, le lotte tra narcotrafficanti, le sette religiose, la pedofilia; ma anche l'arte contemporanea estrema e l'ossessione estrema per i social; e poi attrici dalla carriera arenata, artisti contemporanei che assomigliano al Jenny Savastano di Gomorra, giovani ereditiere ossessionate dai social e con tendenze suicide, adolescenti alla scoperta del sesso, santoni, poliziotti, giovani gang sanguinarie e così via); poi si rischia il sovraccarico, ma è innegabile che Perdidos rimanga avvincente e sorprendente fino all'ultima sequenza e che proponga una notevole quantità di temi di riflessione.
Dopo la morte della madre al momento della sua nascita, il piccolo Sujo (così è anche il titolo del film - il più votato dal pubblico del Festival -,  il cui significato verrà svelato solo nell'ultima sequenza) perde anche il padre (il numero “otto” di una pericolosa gang, che porta il proprio numero e il proprio ruolo e destino tatuato sul petto), un sicario dei narcos, ammazzato e disciolto nell'acido. E' la fine che dovrebbe fare anche il piccolo, che invece viene salvato, protetto allevato da una zia che vive in una casa isolata di campagna. Se non si vuole essere uno zero, una nullità, bisogna avere un numero tatuato sul petto, ma Sujo, tra un'infanzia necessariamente solitaria e una prima adolescenza pericolosa in compagnia dei cugini inevitabilmente attirati dall'ambiente criminale, saprà forse trovare a tentoni una propria via d'uscita, grazie all'aiuto fondamentale di un'altra figura femminile, che a sua volta ha conosciuto sotto la dittatura argentina il trauma della violenza e del lutto. Dopo un inizio che potrebbe far pensare alle atmosfere di terribile tensione del Cormac McCarthy di Non è un paese per vecchi, le registe Astrid Rondero e Fernanda Valadez (autrici del premiatissimo – ma in Italia inedito – Sin Señas particulares) costruiscono un convincente percorso di formazione e di emancipazione.
​Tutt'altre atmosfere in Dilli Dark (dove “Dilli” è un modo colloquiale per indicare Delhi), dove il tema è il razzismo, in una declinazione per noi inedita: a subire i peggiori pregiudizi è il giovane Michael, un nigeriano emigrato in cerca di fortuna in India, appunto a Delhi, dove gli scuri indiani si prendono gioco ed emarginano chi è più scuro di loro. Dibakar Das Roy (che ha già lavorato nel mondo della pubblicità, e si vede) non ne fa un dramma, e conferisce al film cadenze grottesche ed umoristiche, ma senza mai perdere di vista il suo tema e una riflessione non banale sugli stereotipi razziali (Michael, identificato da tutti, in base a pregiudizi razziali come uno spacciatore, vende effettivamente cocaina per mantenersi agli studi e sopravvivere, non trovando altre occupazioni proprio a causa di quegli stessi pregiudizi) e di ogni altro genere. Siamo dalle parte del celebre monologo/invettiva de La venticinquesima ora di Spike Lee e dei toni di un cinema militante ma dallo sguardo ludico. Dove semmai il film perde un po' di mordente è nella seconda parte, quando a prevalere nella storia è il rapporto del protagonista con una santona truffatrice che lo assume come testimonial straniero. Ne esce tra l'altro anche un originale ritratto di Delhi, con il suo fascino e le sue contraddizioni, come forse al cinema è successo solo alla città di New York.
Se proprio bisogna farlo (in effetti no), assegnerei al senegalese Demba, di Mamadou Dia, il ruolo di film più debole della rassegna, minato da una narrazione frammentata e un po' faticosa. E' il ritratto di un anziano impiegato comunale, in bilico tra pensione e licenziamento, ma anche di un marito e di un figlio alle prese con un'assenza: quella della moglie/madre ma anche quella di prospettive, sia individuali che collettive.
Il cinese Some Rain Must Fall è invece il ritratto desolato della crisi di una donna di mezza età, alle prese con una figlia ribelle, un marito da cui vuole divorziare, i ricordi (forse i rimpianti) del passato; uno stupido incidente farà da catalizzatore per l'esplodere delle sue insicurezze. Qiu Yang imposta il film in maniera un po' punitiva, con un formato stretto (che a volte si restringe ancora di più a causa dell'ombra o di ostacoli alla visione), pochissimi movimenti di macchina, fotografia oscura, molti campi preferibilmente a figura intera o lunghi (la combinazione di questi due fattori rende a volte difficile distinguere i personaggi), dialoghi stringati. Programmaticamente, la quintessenza del cinema d'autore.  
La giuria del Festival, formata dai registi Lav Diaz e Ali Asgari e da Anastasia Plazzotta, fondatrice di Wanted Cinema,  gli ha assegnato il premio principale del Festival per la sezione "Finestre sul Mondo".
Tra gli ultimi film in programma (di Les meutes – Noir Casablanca ho già parlato nella prima parte), si è visto anche, fuori concorso nella sezione Flash, Until Tomorrow di Ali Asgari. Il film è stato girato dall'autore nel 2022, prima di Kafka a Teheran, uscito anche sui nostri schermi, ed è difatti lo sviluppo di un cortometraggio già realizzato nel 2014 The Baby (disponibile su My Movies), di cui riprende (ma con nuove attrici) temi, situazioni e intere sequenze. Il film ha la struttura iterativa tipica del cinema iraniano (da Dov'è la casa del mio amico? ai primi film di Panhai, ma ricorda anche, nel raccontare le peripezie di due ragazze in difficoltà in una società ferocemente maschilista, l'angosciante capolavoro rumeno 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Qui c'è una ragazza venuta a Teheran a studiare, che ha avuto una bambina all'insaputa di genitori e parenti: il film mostrano i suoi tentativi, aiutata dall'amica del cuore, di affidare a qualcuno la neonata (“fino a domani”, appunto) durante l'imminente e inattesa visita dei genitori. Quando le due ragazze non sanno più a cosa pensare per risolvere la situazione, l'amica suggerisce alla protagonista di andare in Parlamento e cambiare le leggi sulle donne. Ben scritto, diretto ed interpretato, Until Tomorrow è un film perfettamente riuscito (tra quelli che avrebbero meritato e meriterebbero una distribuzione in Italia) e – stranamente – l'unico che affronti in maniera diretta il tema dell'oppressione femminile all'interno del programma del festival.

Leggi la rassegna critica di Into the Wonderland
  • sugli altri lungometraggi del Festival
  • e sui cortometraggi africani
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    Mauro Caron

    Appassionato di cinema da sempre, in maniera non accademica.
    Amo il cinema d'autore, ma quello che spero sempre, accingendomi a guardare un film, è di divertirmi ed emozionarmi, e poi di avere di che riflettere.
    ​Dal 2002 al 2023, anno della sua chiusura , ho collaborato con la rivista  di critica e teoria del cinema "Segnocinema"; ho pubblicato anche articoli di cinema su "Confini", sul sito "Fuorischermo", e nel volume collettivo "Tranen" dedicato a cinema e deportazione
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    Dal 2024 tiene corsi sul linguaggio e la storia del cinema  oltre a lezioni di carattere monografico..

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