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HOLLYBLOOG
cosa c'è in giro da vedere

a cura di Mauro Caron

IL 2020 AL CINEMA: UN BILANCIO

12/30/2020

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Quindi nell'orribile anno 2020 ho visto complessivamente poco più di 120 film (tra cinema, piattaforme e canali in chiaro), di cui 16 erano ri- o re-visioni, oltre ad alcuni cortometraggi e a qualche serie tv. Qualche fa 120 erano mediamente i film che vedevo solo in sala, in genere novità e inediti. Ma i tempi cambiano (e ovviamente anche noi).
Se non ho sbagliato i conti o dimenticato qualcosa, ho visto 48 dei film usciti in Italia da gennaio a dicembre 2020, in sala o sulle piattaforme. Di questi una quarantina li ho recensiti su Into the Wonderland e/o su SegnoCinema.
E adesso tentiamo di tirare un bilancio. Non sono mai stato capace di fare le classifiche secche o di dare voti definitivi, per cui farò così: un volo d'uccello sulla maggior parte dei film visti quest'anno, divisi arbitrariamente per gruppi non omogenei.

N.B.: nella colonna di destra che sarebbe dedicata alle categorie trovate, più o meno in ordine alfabetico i link alle recensioni estese della maggior parte dei film citati.

Le serie
Non amo le serie, diciamolo subito. Ho tentato di vederne diverse, in questo periodo di segregazione più o meno volontaria, e in genere non mi prendevano. Non dirò quelle che ho visto e abbandonato alla prima o seconda puntata, per non farmi dei nemici (ce ne sono di molto famose e amate). Se proprio devo, alle serie poi preferisco le miniserie. Quella che ci ha catturato, che ho visto per intero e con soddisfazione è LA REGINA DEGLI SCACCHI (Netflix). Altre due le ho viste quest'anno perché sono state trasmesse per la prima volta in chiaro: la quarta stagione di GOMORRA (in chiaro su TV8), che malgrado un po' di mono-tonia (in senso letterale) regge bene alla distanza. Ma il capolavoro assoluto è indiscutibilmente secondo me, e non solo, è CHERNOBYL, del 2019, trasmessa in chiaro da La7 nel 2020.  
Italiani
Dei 18 film italiani visti, non ce n'è nessuno che mi abbia convinto al cento per cento. I tentativi storico-biografici, da Craxi (HAMMAMET) alla giovane MISS MARX a Ligabue (VOLEVO NASCONDERMI), al terrorismo anni '70 (PADRENOSTRO) non mi hanno entusiasmato. De Matteo fa un passo falso con il moralistico VILLETTA CON OSPITI, Emma Dante (LE SORELLE MACALUSO) non mi convince, Checco Zalone non fa ridere con TOLO TOLO, Muccino fallisce con GLI ANNI PIU' BELLI nel tentativo di rifare e aggiornare C'eravamo tanto amati, IL TALENTO DEL CALABRONE perde malamente l'occasione per fare del cinema di genere all'altezza della concorrenza internazionale, FIGLI si perde e fa perdere in un bicchier d'acqua. A giudicare da questa annata e dai film che ho visto io qualche impaccio nel leggere la propria storia e la realtà contemporanea c'è. L'INCREDIBILE STORIA DELL'ISOLA DELLE ROSE racconta la storia di un audace sognatore, ma poi non sa esattamente cosa dargli da sognare, mentre LA CONCESSIONE DEL TELEFONO è un coraggioso tentativo di dare forma cinematografica all'intraducibile (ed esilarante) romanzo di Camilleri.
Alla fine a reggere meglio è il cinema all'italiana, all'interno delle dinamiche di coppia e di famiglie borghesi. MAGARI è un piccolo promettente esordio, LACCI è meno peggio di quanto mi aspettassi, COSA SARA' affronta temi importanti ed è un film più doloroso del previsto da vedere tra un lockdown e l'altro.
Se dovessi eleggere il film italiano dell'anno, con qualche ritrosia indicherei FAVOLACCE, più per il progetto estetico complessivo che per l'effettiva realizzazione (la visione del film mi ha talvolta irritato, a cominciare dal sonoro inascoltabile).
Gli altri
Ci sono film da vedere, film che si possono perdere, e film che non saprei.
Tra i blockbuster, 1917 mi è sembrato un esercizio di stile piuttosto inutile (per quanto stupefacente) e TENET è programmaticamente troppo complicato. BOMBSHELL punta tutto sul richiamo delle tre dive in cartellone, ma è troppo leccato per portare un reale contributo alla causa femminile e IL DIRITTO DI POPPORSI troppo convenzionale e datato per la causa razziale. Non male MA RAINEY'S BLACK BOTTOM, ma soffocato dalla sua natura teatrale. Tra white trash e black lives, Howard scontenta molti con la sua ELEGIA AMERICANA, ma peggio fa Spike Lee, che dopo l'ottimo Blackkklansman toppa clamorosamente con il bruttissimo DA 5 BLOODS. DIAMANTI GREZZI non è male, ma un po' troppo programmatico, mentre HONEY BOY sembra un po' una seduta di psicoanalisi per Shia LeBeouf. Tra gli americani l'oggetto più bizzarro è STO PENSANDO DI FINIRLA QUI, un progetto intrigante (con una narrazione deragliante un po' come in Madre!), che però non entra tra i miei preferiti a causa di un twist finale che mi ha lasciato più di una perplessità.
Passando al cinema all'europea ma partendo dal Canada, Dolan ormai non è più un enfant e forse neppure un prodige, e continua a girare tra i suoi ragazzi ribollenti di desiderio (MATTHIAS E MAXIME). Il belga DOPPIO SOSPETTO è stato un grande successo in patria ma non mi ha fatto grande impressione. Ci sono un altro paio di film da cinefili, che non mi hanno conquistato: I MISERABILI (forse dovrei rivederlo in lingua originale per vedere se perde quella patina di naturalismo artefatto) e ROUBAIX, che dovrebbe essere un film concentratissimo e invece perde un po' l'equilibrio tra i personaggi e tra la prima e la seconda parte. Ci aggiungo in extremis anche UNDINE, in cui l'equilibrio tra fiaba nordica e melodramma è ricercato con modalità un po' teutoniche. 
​Tra gli horror LIGHTHOUSE cerca di conciliare (senza riuscirci, ma il progetto visivo è notevole) minimalismo (di ambientazione, personaggi, sviluppo) e massimalismo (di temi, visioni, ecc.); più equilibrato è forse HIS HOUSE col suo più dimesso impasto orror-sociologico.  
Altrove
Quest'anno è saltato il Festival del Cinema Africano, d'Asia e d'America di Milano e tutte le rassegne dai festival, che permettevano di gettare un'occhiata sulle cinematografie “altre” del mondo. Tra i film distribuiti al cinema, interessanti due film firmati da donne e provenienti dai continenti asiatico e africano, anche per il tentativo di adottare toni non necessariamente tragici per affrontare il discorso della condizione femminili in situazioni e Paesi ostili: l'arabo LA CANDIDATA IDEALE e il tunisino UN DIVANO A TUNISI. Più lontano ancora ci porta IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE, un noir cinese visivamente elegante e narrativamente stilizzato.
Dimenticavo MEMORIES OF MURDER, che avevo cercato e visto in dvd parecchi anni fa, dopo il colpo di fulmine di The Host, visto fortunosamente in un festival. Che dire? Ormai Bong Joon-ho è stato consacrato addirittura con l'Oscar, e ormai non ha più senso vantarsi di essere uno dei suoi pochi fan. E Zodiac è arrivato dopo.
I miei preferiti
Herzog invecchia ma non demorde. In tre mesi o pressapoco sono usciti tre suoi film. Io ho visto NOMAD, che riperocrre i percorsi paralleli e a volte convergenti suoi e di Bruce Chatwin. Non riesco inoltre a non provare una forte simpatia per un altro outsider, il progetto situazionista di BORAT e il suo SEGUITO DI FILM CINEMA, malgrado la sgangheratezza del film che a volte mi ha messo a disagio per il suo uso strumentale di materiali decisamente infimi. Un altro film programmato come il precedente per uscire a ridosso delle elezioni presidenziali americane, è IL PROCESSO AI CHICAGO 7, efficace e dialettico film politico su un processo politico nell'America della contestazione. 
All'opposto di Borat, è cinema “carino” ma che merita affetto ON THE ROCKS della Coppola; come Lost in Translation: c'è Bill Murray, ma purtroppo manca la Johansson. Un altro film del genere "carino" (ma con qualche crudezza; con la Johansson; con umorismo, e con Sam Rockwell nel ruolo di un altro dei suoi idioti sublimi: insomma parecchia roba) è JO JO RABBIT.
MANK, paradossalmente, essendo un film parlatissimo, in cui la sceneggiatura ha un ruolo importantissimo fuori e dentro il film, mi ha colpito soprattutto per il fulgore visivo, nel suo smagliante bianco e nero. Altra storia americana, quella raccontata in RICHARD JEWELL. Non amo particolarmente Eastwood, e anche questo suo ultimo eroe civile è profondamente ambiguo dal punto di vista ideologico, ma il film tiene e ci sono due dei miei beniamini, Rockwell e Hauser.
C'è poi il caso Lanthimos. Due suoi “vecchi” film sono usciti in Italia solo quest'anno. Mi ha impressionato in particolare KYNODONTAS (DOGTOOTH), col suo impasto di sociologia distopica e di mito greco. Benché non così originale come appare (vedi il messicano El castillo de la pureza, del 1972), insieme ad ALPS (uscito e visto anch'esso quest'anno) e a Il sacrificio del cervo sacro. forma un impressionante trittico sulla famiglia, che porta nella contemporaneità echi della tragedia classica.
Ma se dovessi indicare un titolo, un solo titolo per tutto l'intera annata cinematografica, ecco quello che indicherei: SORRY, WE MISSED YOU, uscito nei primissimi giorni dell'anno. Che dire? Loach è ormai sull'ottantina (forse è questo l'elemento positivo) e insieme al suo sceneggiatore Laverty continua solitario, imperterrito, a fare il suo cinema politico (nel senso più positivo del termine), militante (nel senso di una Resistenza che non abbassa mai la guardia), umanista, necessario. Quello che meglio racconta gli uomini e le donne del nostro presente e la società contemporanea, chi siamo e dove stiamo andando. In direzione ostinata e contraria, a volte con un po' di foga retorica; ma stavolta no. Premio Into the Wonderland 2020.
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LO SPORCO PROCESSO

12/29/2020

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IL PROCESSO AI CHICAGO 7 (The Trial of the Chicago 7) di Aaron Soskind

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Ho un conto in sospeso con i fatti di Genova 2001. Insieme ad alcuni amici avevo prenotato il bus per partecipare alla grande manifestazione no global. Dopo lo scoppio dei disordini e del caos incontrollato, quel bus non l'abbiamo preso. A trattenerci fu non solo il timore fisico e psicologico di venire coinvolti negli scontri violenti, ma anche quello di fare la parte di utili idioti, carne da macello nel gioco della provocazione premeditata ai fini della repressione violenta e radicale.
Genova 2001 resta a mio parere un evento epocale, uno degli eventi storici più significativi degli ultimi decenni: in quel luogo, in quell'anno, in quella manciata di giorni, fu stroncata con una violenza inaudita (per tempi di pace in un Paese occidentale) e con metodi immondi (compresa la fabbricazione di prove false da parte di appartenenti alle cosiddette forze dell'ordine), l'unico per l'epoca e l'ultimo fino ad oggi dei grandi movimenti politici e intellettuali che si poneva lo scopo di elaborare un modello di società alternativo a quello del neoliberalismo capitalista e consumistico, che ha come esito finale la distruzione del pianeta e come corollario il divario persistente tra ricchi e poveri e l'unidimensionalità (quella ancora attuale descritta da Marcuse nel 1964) del pensiero e dell'esistenza umana.
Questa premessa è forse fuori luogo ed eccessiva per parlare de Il processo ai Chicago 7, ma rispecchia alcuni dei motivi per cui ho scelto di vederlo e di seguirlo con interesse. Nel 1968 si tenne a Chicago la convention nazionale democratica. Presidente degli Usa era in quel momento Lyndon Johnson e gli Stati Uniti erano immersi fino al collo nella “sporca guerra” del Vietnam: tutta la galassia dei movimenti pacifisti, scontenti delle politiche sia repubblicane che democratiche, si diede appuntamento in città per protestare contro la guerra. In seguito ai disordini che ne scaturirono, provocati principalmente dal comportamento violento delle forze dell'ordine, otto dei rappresentanti dei principali movimenti di protesta furono incriminati per istigazione alla sommossa e associazione a delinquere. Erano i capri espiatori per un processo farsa, inteso a comminare pene esemplari e a stroncare i movimenti di contestazione. A Bobby Seale (esponente delle Black Panthers), fu negato il rinvio del processo che gli avrebbe permesso di farsi assistere dal proprio avvocato, al momento indisposto. Parte del processo fu celebrato quindi senza la presenza del suo difensore. In seguito alle sue proteste, per alcune udienze fu legato e imbavagliato in aula (e nello stesso periodo fu assassinato il suo amico e consigliere), finché la sua posizione venne finalmente stralciata. Cinque dei sette rimanenti furono condannati per istigazione alla sommossa, e tutti (oltre ai rispettivi avvocati) per oltraggio alla Corte. Tutte le condanne furono in seguito annullate, ma la paura indotta dai disordini di Chicago contribuì a far entrare gli Usa nell'era di Nixon.
Il film, fortemente voluto da Steven Spielberg e scritto da Aaron Sorkin, uno dei più brillanti e premiati sceneggiatori di Hollywood (tra i suoi script Steve Jobs e The Social Network, oltre alla strapremiata serie tv West Wings – Tutti gli uomini del presidente), nasce da subito come progetto esplicitamente politico e la sua travagliata lavorazione, tra cambi di cast e avvicendamenti di candidati registi, segue le fasi altalenanti delle ultime tre campagne presidenziali statunitensi. La regia viene infine affidata allo stesso autore della sceneggiatura, che nel frattempo aveva esordito in questo ruolo con Molly's Game.
Sorkin è però prima di tutto uno sceneggiatore, ed è decisamente più a suo agio nel gestire le parti ambientate nell'aula del dibattimento o nelle stanze in cui avvengono gli incontri/scontri tra gli imputati e i loro avvocati piuttosto che nelle più goffe scene di massa e in esterno, in cui vengono ricostruite in flashback gli eventi oggetto del processo. Sia pur in modo necessariamente schematico, il film riesce a rendere l'idea delle diverse visioni e posizioni politiche dei diversi imputati, e quindi del dibattito a volte anche molto aspro e acceso che divideva più che unire l'ampio, variegato e frastagliato fronte della contestazione.
Ottima trovata di sceneggiatura, che ingaggia immediatamente lo spettatore, è l'inizio travolgente, in cui tra immagini di repertorio che contestualizzano efficacemente gli eventi successivi, vengono presentati i personaggi principali nel momento della preparazione della partecipazione alla manifestazione. Legati abilmente da giochi di parole, in brevissime sequenze, fin da prima dei titoli di testa, emergono icasticamente i diversi progetti politici (tattici e strategici), delle diverse componenti: dai “bravi ragazzi” degli Studenti per una società democratica, agli hippies situazionisti e provocatori del Partito internazionale della gioventù (Yippies), ai cattolici pacifisti del Movimento per la fine della guerra in Vietnam, al partito (armato) delle Pantere nere. E un'altra indovinata scelta di sceneggiatura è quella di saltare dal prologo preparatorio direttamente alle fasi iniziali del processo, lasciando tutti gli avvenimenti veri e propri in una grande ellissi narrativa che verrà colmata solo a poco a poco durante il film con una serie di flashback che ricostruiscono gli eventi e nello stesso tempo intervallano drammaturgicamente la statica teatralità del racconto processuale.
A Sorkin sono state rimproverate puntigliosamente alcune volute imprecisioni storiche, le più vistose delle quali sono l'invenzione drammaturgica di un procuratore scettico sull'accusa che si trova costretto a sostenere in aula, e quella retorica con cui nel film si chiude il processo, con la lettura da parte di uno degli imputati (con sottofondo di crescendo musicale) della lista dei caduti americani in guerra, che non trovano riscontro nella realtà storica. Ma è vero d'altra parte che Sorkin addirittura attenua certi fatti reali che sembrano superare la fantasia, come il proposito degli Yippies di candidare alla presidenza il maiale Pigasus.
Sorkin approfitta comunque della chiave ironica-umoristica, affidata soprattutto al personaggio di Abbie Hoffman (casualmente omonimo del giudice che lo doveva condannare), interpretato dall'ineffabile guastatore di professione Sacha Baron Cohen (che con Borat – Seguito di film cinema tentava contemporaneamente di affibbiare un secondo colpo spettacolare alla rielezione di Donald Trump), ma riesce nell'intento di realizzare un film politico non banale e con alcuni interessantissimi spunti di conoscenza e di riflessione. Nel cast, oltre a Joseph Gordon-Levitt nella parte del procuratore, di Eddie Redmayne in quella di Tom Hayden e al cameo di Michael Keaton in quella dell'ex-Procuratore generale Ramsey Clark, spiccano il già citato Baron Cohen e Frank Lagella, nell'adeguatamente odioso ruolo del giudice Julius Hoffman.


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MA RAINEY'S BLACK BLUES

12/27/2020

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MA RAINEY'S BLACK BOTTOM di George C. Wolfe

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I minuti iniziali di Ma Rainey's Black Bottom promettono uno sviluppo spumeggiante, con quella che sembra una fuga notturna attraverso i boschi che si rivela in realtà un accorrere verso il teatro-tenda nella Georgia del 1927, in cui si sta svolgendo la travolgente esibizione di Ma Rainey, per poi passare da lì ad un teatro ufficiale, a Chicago (dove la manodopera nera a basso costo era molto ricercata, provocando un'ondata migratoria dal sud schiavista ed agricolo al nord industrializzato), dove la cantante è già annunciata come la “madre del blues”, e poi ad un'animatissima strada cittadina in esterno giorno.
Quattro musicisti di colore sono diretti verso uno studio di incisione dove è programmata la registrazione discografica di alcuni brani di Rainey. Tra lo studio vero e proprio e uno squallido locale in cui i musicisti si preparano e provano i brani, si rivela ben presto la natura e la struttura teatrale del film, che ha la sua origine nell'omonimo testo di August Wilson, trascritto per lo schermo da Ruben Santiago-Hudson. Dobbiamo quindi convincerci che da quello studio non usciremo sostanzialmente più, e che passeremo l'ora e mezza rimanente in compagnia dei nove personaggi in scena: i quattro musicisti, la cantante e la sua piccola corte – un nipote balbuziente, una giovane protetta – e i due unici bianchi della compagnia: l'agente di Ma Rainey e il responsabile della sala d'incisione.
Tutti gli inevitabili conflitti drammaturgici scoppieranno pertanto tra queste otto mura e questi nove personaggi: tra i musicisti c'è chi ha fede religiosa e chi accetterebbe un patto col diavolo e non crede in un Dio che permette violenze e sofferenze indicibili (di cui conserva i segni sul proprio corpo); c'è chi crede nel riscatto collettivo delle persone di colore e chi è dedito a un edonismo da consumare qui e ora; c'è chi crede nella purezza e nell'anima del blues rurale e chi propugna una nuova musica più urbana e ballabile, chi si rassegna ad eseguire diligentemente il proprio lavoro di accompagnatore e chi, come il cornettista Levee, ambisce a un ruolo musicale creativo da protagonista. E poi c'è Ma, che, tra una pausa e l'altra, stravaccata su una sedia, troverà il tempo di parlare dell'essenza del blues (incomprensibile ai bianchi): un modo di comprendere la vita e una ragione per affrontarla giorno per giorno, per non sentirsi solo. Il mondo sarebbe vuoto senza il blues, e Ma Rainey e quelli come lei prendono quel vuoto e cercano di riempirlo di musica. Più prosaicamente, Ma fa pesare il valore (anche commerciale) del suo talento, e ne approfitta per imporre i propri capricci e i propri tempi, non sempre coincidenti con quelli monetizzabili della sala d'incisione; conscia che una volta terminata la propria performance, una volta fissata su un vinile replicabile la propria voce (la sua black voice), il suo potere contrattuale sarà svanito, e, una volta pagata, come fosse una puttana che ha fornito la propria prestazione, verrà messa da parte, ormai inutile, e potrà portare altrove il suo ingombrante black bottom.
Ma Rainey's è un personaggio realmente esistito (nella sua band si formç anche Bessie Smith); i neri al centro della storia sono in fondo dei privilegiati: vivono della propria musica, sono vestiti dignitosamente ed elegantemente, non sembrano avere particolari problemi economici; eppure l'emarginazione e lo sfruttamento sono sempre latenti, anche nei modi più subdoli. I fatti danno ragione a Ma Rainey; e mentre i neri sfogano la propria frustrazione in un assurdo e gratuito atto di violenza intrarazziale, incapaci di imporre le proprie rivendicazioni, nelle ultime immagini del film è un'orchestra all white ad eseguire le canzoni comprate a pochi dollari dal compositore nero.
Nei momenti migliori la narrazione è scandita dall'energia e dalla pulsazione della musica blues, sia nei momenti delle esibizione di Ma e dei suoi musicisti, sia attraverso la colonna sonora extradiegetica, firmata dal grande jazzista Branford Marsalis (efficacissima nell'incalzante pulsione ritmica, più prevedibile nell'accompagnare i momenti più lirici e melodrammatici); ed è eccellente il lavoro del direttore della fotografia Tobias A. Schliessler, particolarmente esaltata nella luce calda dei pochi esterni, così come degli altri comparti tecnici (costumi, trucco). E ovviamente un punto di forza è nell'interpretazione dei protagonisti (il film ha avuto diverse candidature dalle associazioni dei critici americani, sia per gli attori che per l'insieme del cast), tra cui primeggiano Viola Davies - cantante condannata al blues, con i denti di metallo, le ciglia fasulle, il belletto in eccesso, la pelle sempre lustra di sudore – e Chadwick Boseman (il T'Challa/Pantera Nera degli Avengers, visto di recente anche nell'ultimo film di Spike Lee), alla sua ultima interpretazione, stroncato da un tumore nell'agosto di quest'anno.
A nuocere al film è invece la sua evidente natura teatrale (il produttore è Denzel Washington, che già aveva voluto portare dal palcoscenico allo schermo un altro dramma all black, Barriere), con il prevedibile alternarsi di scene collettive e dialoghi a due in cui si inseriscono gli assolo drammatici via via riservati ai personaggi. Non è corretto pensare a come il film avrebbe potuto essere, ma in questo caso forse mettere in qualche modo in scena (magari attraverso il blues; le scene sui titoli di testa, con fotografie animate e altri espedienti, potevano offrire qualche spunto) i racconti dei personaggi (il patto col diavolo, l'aggressione a casa di Levee, il ballo del reverendo, ecc.) avrebbe potuto togliere altra convenzionalità ad una narrazione rispettosa del testo ma – malgrado il nerbo blues – un po' accademica.


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CINEMA MILITANTE VERSIONE JUNGLE

12/22/2020

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DA 5 BLOODS - COME FRATELLI di Spike Lee

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Spike Lee, prodotto da Netflix, continua a fare il proprio cinema militante e aggiunge un altro capitolo alla sua storia della lotta per i diritti degli afroamericani, raccontando stavolta dei buffalo soldier, i soldati neri mandati (in percentuale ben superiore ai loro coetanei bianchi) a combattere il comunismo nelle giungle e nelle risaie del Vietnam.
Il film si apre con la famosa intervista a Mohamed Ali, una volta Cassius Clay, che dichiara il suo rifiuto ad andare a combattere una guerra non sua, e ripercorre in una serie di sequenze documentarie di repertorio le vicende della guerra e soprattutto dei movimenti di protesta negli Usa (si vedono anche Bobby Seal e i disordini della convention democratica del 1968, curiosamente oggetto di un altro film di questa stagione, sempre targato Netflix, Il processo ai sette di Chicago).
Come già in Blakkklansman, Lee introduce nella narrazione anche degli elementi di cultural studies, ovvero di critica alla rappresentazione delle questioni razziali nel cinema e nell'immaginario statunitense. Si citano i film di Rambo e di Walker Texas Rangers, anche se visto il tema e l'ambientazione del film il prototipo nobile di riferimento è Apocalypse Now, citato più volte, e che sembra omaggiato in più punti del film (il viaggio sul fiume, l'incontro/scontro con i locali, quello con gli ex-colonizzatori francesi, presente nella versione Redux del film di Coppola).
La vicenda principale segue quattro reduci che tornano ai giorni nostri in Vietnam per due motivi: il primo e più nobile consiste recuperare le spoglie del commilitone “Storming Norm”, che all'epoca fu non solo l'esperto comandante della loro pattuglia, ma anche il loro giovane mentore politico-spirituale, in grado di trasformare l'esperienza bellica in un momento di crescita e di emancipazione politica e intellettuale; il secondo è il recupero di un carico di lingotti d'oro da loro seppellito in un campo, e che costituiva una quota dei finanziamenti mandati dal governo americano agli alleati sudvietnamiti. Cosa fare di questa enorme ricchezza sarà uno dei motivi di discordia all'interno del gruppo dei “fratelli di sangue”: c'è chi vuole dedicarli alla causa della lotta per i diritti civili e alle comunità afroamericana; ma c'è anche chi vorrebbe tenerli per sé, a risarcimento delle sofferenze e delle ingiustizie patite. Nei flashback vediamo il gruppo capitanato da Storming Norm (l'unico ad avere le sembianze giovanili che aveva all'epoca) durante la guerra, tra combattimenti, presa di coscienza politica, scoperta del tesoro, fino al momento della tragica morte del capo pattuglia.
Purtroppo però il racconto storico e l'ambientazione bellica portano decisamente male a Spike Lee; dopo il riuscitissimo joint di Blakkklansman, qui il regista dirige un altro film decisamente brutto, quasi all'altezza dell'inguardabile Miracolo a Sant'Anna.
Fuori dal ben conosciuto ambito statunitense più o meno contemporaneo, sembra che Lee non possieda le coordinate per interpretare altre realtà storiche e geografiche, e che cada in uno stato confusionale che gli fa perdere il filo stesso delle narrazioni. Appena uscito dall'impostazione iniziale della vicenda e dei personaggi, Lee imbocca da una parte le strade convenzionali del film d'avventura, dall'altra inanella una serie di stereotipi imbarazzanti. Non siamo nell'ambito di Apocalypse Now, e nemmeno de Il tesoro della Sierra Madre, e, forse, nemmeno in quello di Bullet in the Head di John Woo (con cui condivide il gruppo di amici, l'ambientazione vietnamita, il tesoro, il teschio): sembra piuttosto di sprofondare in un western-spaghetti, quelli in cui i cinici protagonisti si destreggiavano per recuperare il carico d'oro, che poi alla fine andava a finire regalato ai rivoluzionari messicani e ai villaggi dei peones; oppure, più raramente, rimanevano nelle grinfie degli avventurieri nelle varianti più irriverenti e disincantate. Nel western in salsa asiatica non mancano i serpenti velenosi, i rami da tagliare col machete, la francesina con nasino naturalmente all'insù, il francese doppio e infido vestito in bianco coloniale come un cattivo di 007, lo scontro finale con il tempio nella jungla al posto del fortino o delle rovine della vecchia missione, e i vietnamiti destinati a soccombere anche se più numerosi e meglio armati, abbattuti come gli sprovveduti indiani quando incontravano le giacche azzurre. Il sentiero è anche disseminato purtroppo da clamorose inverosimiglianze di sceneggiatura, come il tesoro scoperto dal personaggio che per defecare va su un pendio scosceso in mezzo alla vegetazione e scava un buco con una paletta; o come il personaggio onesto e ingenuo che cammina inspiegabilmente all'indietro fino a saltare su una telefonatissima mina. Nulla funziona, né la fotografia convenzionale, né l'insopportabile commento musicale composto da Terence Blanchard, che pure accompagna fedelmente il cinema di Spike da un intero trentennio.
Lee sembra convinto che far deliquiare ripetitivamente Delroy Lindo in primo piano davanti alla camera da presa possa servire a fargli vincere qualche premio; e prima della fine non mancano neppure i personaggi trasportati in carrello che sono praticamente la firma distintiva del regista. Purtroppo però è ormai solo una sigla tardiva e inopportuna apposta in calce a un film totalmente sbagliato.


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L'ISOLA CHE NON C'ERA

12/13/2020

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L'INCREDIBILE STORIA DELL'ISOLA DELLE ROSE di Sydney Sibilia

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Sydney Sibilia, esaurita la saga di Smetto quando voglio, ha trovato un'altra storia a lui congeniale: ancora dei laureati disoccupati ma intraprendenti, cui la realtà contemporanea va decisamente stretta, e che creano con la propria competenza e la propria inventiva condizioni nuove per la propria realizzazione. C'è forse qualcosa di autobiografico in queste vicende? Sibilia in realtà ha mollato la facoltà di Giurisprudenza per inseguire il sogno del cinema, ma non si può dire che gli sia mancata la creatività per inventarsi una propria strada verso il successo. Lui e Mattia Rovere, fondatori della casa di produzione Groenlandia, hanno infatti dimostrato un approccio contemporaneo e spregiudicato al mondo un po' ingessato del cinema italiano, creando interessanti commistioni con il mondo della serialità e dando vita, oltre ai singoli film, a saghe (Smetto quando voglio), progetti transmediali e serie tv (The Pills, Romulus, filiazione de Il primo re).
Stavolta al posto dei chimici e agli altri laureati che inventano una nuova droga sintetica e le modalità di commercializzarla, c'è il visionario neolaureato in Ingegneria Giorgio Rosa, che insieme ad un amico progetta e costruisce una piattaforma vicino alla costa romagnola, praticamente di fronte a Rimini. Collocandola 500 metri fuori dal limite delle acque territoriali italiane, la proclamano Stato indipendente (uno Stato di 20 metri per 20), non soggetto quindi alle leggi dello Stato italiano, formano un governo (Presidente ovviamente è Rosa, ministri una barista incinta, un velista naufrago, un ingegnere bevitore, un disertore apolide), si dotano di una propria valuta, di una propria lingua (l'esperanto), emettono francobolli.
Siamo nell'estate del '68, un anno di utopie, di fermenti, di rivolte agli ordini costituiti. Difficile capire quanto nelle intenzioni di Rosa ci fosse di ideale e quanto di veniale; sulla sua isola non si pagavano tasse all'Italia, non c'erano obblighi o divieti di legge, e a un certo punto i suoi stessi fondatori si chiedono se in fondo non abbiano realizzato nient'altro che una discoteca con bar in mezzo al mare; ma nel film l'Isola delle rose diventa un'isola che non c'è, un esempio realizzato di utopia, un spazio anarchico, astratto e concreto insieme, dove le leggi sono da reinventare e dove per il momento tutto è possibile.
E non solo possibile, ma anche reale; l'Isola delle Rose di Giulio Rosa è esistita davvero, ma la sua avventura è durata pochi mesi; se l'isola di Bennato non aveva santi né eroi, né ladri né guerra, niente odio né violenza, né soldati né armi, l'Isola delle Rose fu invece l'unico teatro di guerra della Repubblica italiana: le forze dell'ordine la “invasero”, la evacuarono (pacificamente) e la fecero saltare in aria nel '69 (anche se la palafitta resistette a ben due sessioni di esplosioni).
Sibilia con Francesca Manieri (fidata sceneggiatrice collaboratrice anche di Rovere) romanza, comprime e dilata i tempi, lascia i personaggi a livello di silhouette (come appaiono effettivamente nelle sequenze finali, allineati lungo il bordo della piattaforma cannoneggiata dall'incrociatore Andrea Doria), senza preoccuparsi di approfondirne psicologie e motivazioni. Narrativamente, il film si concentra sul personaggio di Rosa (interpretato da Germano, 40enne, quasi coetaneo del Rosa storico, che all'epoca aveva 43 anni, ma ringiovanito nel film che lo vede laureato non da molto e ancora privo di occupazione) e sulla riconquista della bella ex-fidanzata (Matilda De Angelis); si sofferma brevemente sulla costruzione della piattaforma (che nel film è molto più veloce e dilettantistica di quanto fu in realtà) e sulla sua gestione; ma dedica sorprendentemente molta attenzione al lato politico e giuridico della vicenda, visto però sempre con occhio satirico e divertito. I rappresentanti governativi dell'epoca (il Presidente del Consiglio Giovanni Leone e il Ministro dell'Interno Franco Restivo) sono incarnati rispettivamente da Luca Zingaretti e Fabrizio Bentivoglio (in veste dialettale siciliana come ne Il commissario Montalbano), mentre troviamo perfino la star francese François Cluzet nei panni di un funzionario del Consiglio europeo. Mentre infatti la notizia della creazione della nuova micronazione si diffondeva per il mondo, e cominciavano ad arrivare centinaia di richieste di cittadinanza, dall'Italia e dall'estero, il Governo italiano cominciava a preoccuparsi di un precedente che poteva essere estremamente pericoloso, e nello stesso tempo a sentire il fiato sul collo delle gerarchie ecclesiastiche e dei benpensanti intimoriti dall'esistenza di un'isola potenziale sede di ogni licenza e licenziosità. Ma Rosa e il suo governo avevano già impostato le loro contromosse, arrivando ad interessare, e a mettere in serio imbarazzo, persino il Consiglio europeo e l'Onu. L'isola è scomparsa e giace in fondo al mare, e la sua memoria, fino a ieri, anche (ho verificato anche con mio papà che tutti gli anni ci portava a fare le vacanze a Rimini), ma la sua vicenda spinse a modificare la legislazione sulle acque territoriali in tutto il mondo.
A riportarla a galla, letteralmente, ci ha pensato appunto Sibilia, che l'ha fatta fedelmente ricostruire in una piscina per riprese cinematografiche a Malta, forte di una produzione di Netflix che significa una visibilità ben oltre i confini nazionali.
Come già in Smetto quando voglio, Sibilia conduce il racconto con grande uso di ironia e con uno sguardo affettuoso verso i suoi sognatori tanto ingegnosi quanto ingenui e vulnerabili. E come nei film precedenti costruisce e caratterizza il suo mondo narrativo grazie ad un uso peculiare della fotografia: se nei film precedenti predominavano le tonalità sature e psichedeliche, qui invece i colori pastello di sapore vintage, che stanno diventando più accesi avvicinandosi agli anni '70, si alternano o si mescolano alle tinte sbiadite delle vecchie cartoline di un'isola che non c'è (più).




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UN CANDIDE RABELEISIANO NELL'AMERICA DI TRUMP

12/12/2020

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BORAT - SEGUITO DI FILM CINEMA. CONSEGNA DI PORTENTOSA BUSTARELLA E REGIME AMERICANO PER BENEFICIO DI FU GLORIOSA NAZIONE DI KAZAKISTAN (Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan) di Jason Woliner

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Come mai il seguito di Borat (Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan), dopo il grande successo e il grande clamore suscitato dal primo film, è arrivato solo dopo 14 anni? E' il film stesso, Borat – Seguito di film cinema (Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan) a spiegarlo: perché Borat Margaret Sagdiyev, il giornalista kazako, ha trascorso questi 14 anni in carcere, condannato per aver gettato discredito e disonore sulla propria patria con il precedente episodio.
Solo nel 2020 è stato liberato, per ricevere una nuova missione dagli organi statali: tornare negli Stati Uniti per portare un dono a Michael Pence, il vice di Donald Trump, per riabilitarsi agli occhi degli americani. Il dono dovrebbe essere Johnny lo Zingaro, la scimmia già Ministro della Cultura kazako. Purtroppo però nella cassa dentro la quale Johnny ha viaggiato dal Kazakistan agli Usa, si era nascosta anche Tutar, sua figlia, che, in quanto femmina, in patria viveva relegata in una stalla allo stato bruto in mezzo al sudiciume. La ragazza ha seguito il padre per raggiungere gli Usa, sposare un uomo ricco e diventare come Melania, il personaggio che nel suo cartone animato preferito ha sposato Donald Trump e fa una vita principesca. Purtroppo per sopravvivere durante il viaggio Tutar ha dovuto uccidere la scimmia e mangiarla. A Borat, ottenuta l'autorizzazione governativa, non rimarrà altra scelta che portare in dono a Pence la stessa Tutar; e, fallita la “consegna” a Pence, ritentare con Rudy Giuliani, potente avvocato dell'entourage trumpiano.
Questo è solo l'inizio, non so se ho reso l'idea. Appare da subito chiaro che Sacha Baron Cohen non è cambiato in questi 14 anni, ha sempre la stessa sfacciataggine, la medesima mancanza di rispetto, un'intatta voglia di sovvertire con le sue provocazioni tutto ciò che incontra sul suo sgangherato cammino. Se l'altra volta aveva offeso i kazaki, stavolta non arretra di un passo, anche se stavolta loro un po' si indignano un po', capita l'antifona, abbozzano tentando di sfruttare l'obliqua pubblicità offerta da Borat a fini turistici. Ma, di nuovo, il bersaglio principale di Borat è la società americana, e in particolare quella più perbenista, retriva, conservatrice, rappresentata oggi dall'elettorato trumpiano.
E non si può dire che i colpi di Borat non raggiungano il bersaglio, come dimostrato anche dalle reazioni suscitate. In una scena già famosa, il giornalista kazako, saltando fuori da un armadio, coglie sul fatto Rudy Giuliani che in occasione di un'intervista si era appartato in camera da letto con una giovane giornalista (in realtà la stessa Turat). Trump per questo l'ha definito “un verme”; mentre, una volta smascherato, Baron Cohen ha dovuto scappare da un convegno di conservatori, dopo che il pubblico, incitato da lui (sul palco travestito da cantante hillbilly) l'aveva seguito cantando in coro auguri di morte a Obama, Fauci e altri personaggi democratici.
Ma nello stesso tempo, a mio parere, il cinema di Baron Cohen presenta due problemi. Il primo è l'uso di materiali bassi, sessuali o scatologici, che percorrono tutto il film. Borat è un Candido che smaschera le imperfezioni e le ipocrisie del mondo con armi rabelaisiane, partendo dalla feccia e dal corpo (a cominciare da quello stesso del protagonista, tanto iconico da diventare nel secondo film un ostacolo, per la sua riconoscibilità; tanto impudico da mostrarsi in mutande o in un'impudica nudità radicalmente anti-glamorous). Da questa presa di posizione discendono ad esempio il continuo ricorrere nel film di falli e vagine artificiali, o sequenze che provocano un vero disagio, come quella in cui Turat, durante un ballo delle debuttanti, si lancia in una danza scomposta in cui rivela agli attoniti astanti il basso ventre e le cosce imbrattati di sangue mestruale; o quella in cui Borat e Turat mimano un aborto in un gabinetto per uomini, o ancora quella in cui lei mangia dalle mani del padre un dolce cremoso in una scena dalle pesanti allusioni sessuali. Borat è letteralmente un corpo estraneo gettato a scompigliare quel tanto di ordine estetico, morale, sociale e politico che ci sembrava potesse esistere, e che si rivela effimero come una bolla di sapone. Nudità, scatologia, incesto, aborto, masturbazione, cannibalismo: l'armamentario utilizzato (a volte efficacemente, a volte meno) per denudare razzismo, machismo, misoginia, negazionismo, becero complottismo, ipocrisia perbenista, ha questa grana grossolana e sgradevole, nell'evidente ma non scontata convinzione che il fine (e la raffinata progettualità nel perseguirlo attraverso il trash) giustifichi i mezzi.
Il secondo è il grado di realtà presente nel film. Borat tecnicamente appartiene al genere mockumentary, cioè un pseudo-documentario con scopi satirici e parodistici. Ma quanto di quello che si vede nel film è reale e quanto inscenato con figuranti consapevoli e complici? In alcuni casi, come quelli sopra citati, sono le stesse reazioni delle “vittime” di Borat a testimoniare la “veridicità” delle situazioni. Amazon, produttrice del film, è stata denunciata dagli eredi di Judith Dim Evans, sopravvissuta all'Olocausto e coinvolta da Borat in un dialogo grottesco sullo sterminio degli Ebrei.
Ma in molte altre occasioni è difficile dire se gli interlocutori fossero o meno consapevoli di recitare in un'opera di finzione. A volte sono imperturbabili (come l'operaio che inchioda la cassa con dentro Turat, o il commesso che senza battere ciglio legge a Borat i fax inviatigli dal Kazakistan pieni di minacce di morte e di torture a causa della sua imperizia nello svolgere la missione assegnata); a volte sono scioccati (come l'operatore di un centro medico per donne, di impostazione antiabortista, cui Borat e Turat con il loro inglese maccheronico si rivolgono per liberare la ragazza dal bambino che lui le ha messo dentro per premiarla e darle piacere – in realtà si tratta di un bambolottino decorativo del dolciume già citato sopra); a volte sono esterrefatte, come le donne repubblicane cui Turat descrive sboccata e sbroccata le gioie della masturbazione femminile. Del tutto differente, però, non solo in termini di senso ma anche di comicità, sarebbe sapere se si tratta di una candid camera che cattura situazioni reali, ovvero scene costruite con attori (come a volte fa pensare la molteplicità dei punti di vista da cui viene ripresa la scena, che farebbe presupporre diverse telecamere nascoste non si sa dove).
Comunque la si voglia pensare, e indipendentemente da quanto divertimento o ribrezzo si sia provato guardandolo, è difficile rimanere indifferenti ad un progetto situazionista tanto radicale sia esteticamente (i titoli di testa e di coda, fino all'ultima riga, scorrono su cartelli scritti in cirillico), sia politicamente, sia eticamente (a volte si prova quasi compassione per le vittime di Borat, come i due complottisti che si tengono in casa questo fool debordante per quattro giorni durante il lockdown).
Ah sì, perché mentre si girava Borat il virus del Covid-19 è arrivato negli Usa; e indovinate un po' chi ce l'ha portato? E quindi, come in ogni twist movie contemporaneo che si rispetti, in un'ultima beffa metacinematografica prima dell'epilogo (e di un appello al voto), scorrono i flashback: ed ecco che tutto quello che abbiamo visto assume tutt'altro significato...

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LOST IN NEW YORK

12/8/2020

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ON THE ROCKS di Sofia Coppola

Laura è una donna che potrebbe essere felice. Ha un bel marito che le vuole bene, due bei figli, un'attività da scrittrice. Invece qualcosa non funziona: la routine quotidiana la logora, l'ispirazione langue e il comportamento del marito comincia a istillarle dei dubbi. Un bacio ambiguo e distratto, un beauty case femminile nella sua valigia dopo un viaggio di lavoro, e Laura comincia ad accorgersi di quanto sia stretto il rapporto tra Dean e la sua avvenente assistente. I dubbi confessati al padre, Felix, un ex-mercante d'arte ricchissimo e annoiato, e la sua vita è stravolta: Felix organizza per lei appostamenti, inseguimenti in macchina per le strade di New York, addirittura un'escursione a Manzanillo, in Messico, con il fine di smascherare il fedifrago e risolvere i dubbi che le avvelenano la vita. Le avventure e le disavventure che vivranno insieme diventeranno l'occasione per una resa dei conti tra padre e figlia nei confronti di un passato di amore e di abbandono, di legami spezzati e tradimenti, di affetti mai svaniti e rancori mai sopiti.
Diciamolo, On the Rocks è un film carino. Solo su Into the wonderland ho recensito credo oltre 300 film senza mai usare questo famigerato aggettivo, quindi per una volta penso di potermelo permettere. C'è una storia tenera e buffa, personaggi accattivanti con cui simpatizzare, un finale dolceamaro, una New York morbida ed elegante, ristoranti sofisticati, una raffinata colonna sonora di smooth jazz, l'intimità di un legame familiare, un umorismo leggero basato sull'understatement, un Bill Murray sornione come un grosso gatto, un Alfa Romeo Giulietta rosso fiammante e vintage, un Monet autentico ammirato dagli attori e molte citazioni di artisti contemporanei, oltre a riflessioni aforistiche - che nel finale entrano però nella carne viva del vissuto dei personaggi - su amore, sesso, fedeltà, rapporti tra uomini e donne (anzi, tra maschi e femmine, perché il termine di paragone a volte sono i macachi).
Tutto godibilissimo, come fossimo in una sophisticated comedy degli anni '30, e perfino la sfrontata ricchezza di Felix viene controbilanciata dalla modestia e dalla scarsa eleganza (accuratamente calibrata: la Coppola arriva dal mondo della moda) di Laura. Se un difetto c'è in On the Rocks, è al di fuori di esso, e va ricercato non nell'opera in sé ma all'interno della filmografia di Sofia Coppola. È impossibile infatti non avere un continuo senso di deja vu guardando On the Rocks: il rapporto sentimentale tra la giovane donna e l'uomo attempato, la presenza iconica di Bill Murray, l'umorismo sottile e malinconico, perfino certe posture dei personaggi all'interno dell'inquadratura, rimandano alla memoria di Lost in Translation.
Il rapporto tra un personaggio femminile e una figura paterna è un leit motiv del cinema sofiacoppoliano, presente in questi due film come anche in Somewhere o ne La vita senza Zoe (da lei sceneggiato, e diretto dal padre all'interno del progetto New York Stories), così come quello del rapporto con la famiglia o con un'“intrusione” maschile, ma questa volta il ritorno del tema e delle situazioni è talmente insistito da sembrare un'involuzione, protetta da quella sorta di nume tutelare rappresentato da Bill Murray (che Sofia aveva già diretto anche nel divertissement A Very Murray Christmas). La responsabilità dei genitori (ma in misura largamente preminente dei padri) nei confronti delle figlie è un tema presente fin dal suo primo film, Il giardino delle vergini suicide, probabile indizio di una complessità edipica inevitabile considerata la presenza di un padre ingombrante come Francis Ford Coppola.
Rispetto al suo famoso precedentea mancare in On the Rocks, a parte l'originalità, è probabilmente la presenza magnetica dal morbido sex appeal della giovane Scarlett Johansson, che in Lost in Translation costituiva un irresistibile controcanto all'amara malinconia dell'attempato personaggio interpretato da Murray.
Detto questo, godetevi la piacevole scorrevolezza di On the Rocks; magari verso Natale, insieme a pochi famigliari, ma buoni...
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LO SBANDAMENTO DEL CALABRONE

12/6/2020

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IL TALENTO DEL CALABRONE di Giacomo Cimini

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Concepiti come esercizi virtuosistici, ormai sono molti i film basati sul meccanismo narrativo che prevede un “cattivo” occulto che impone ad un “buono” (virgoletto, perché talvolta la ripartizione morale non è così semplice), costretto al movimento continuo nelle versioni hollywoodiane (Speed, Die Harde – Duri a morire), ovvero costretto all'immobilità in un ambiente circoscritto e spesso claustrofobico (nel danese Il colpevole, nel coreano Terror, live, nell'argentino 4x4), dei compiti da eseguire o delle prove da superare, che a volte implicano degli scabrosi dilemmi morali.
Precedenti ed esempi quindi non mancavano per l'operazione tentata da Giacomo Cimini, sceneggiatore, produttore e regista (attivo soprattutto nel campo del cortometraggio e del videoclip), che sdoppia l'ambientazione del suo film concentrandola in due ambienti chiusi (con poche evasioni, tra cui alcuni flashback che danno degli accenni del passato di uno dei personaggi principali): il primo è uno studio radiofonico in cima a un grattacielo, con le vetrate rivolte verso lo skyline notturno di Milano; il secondo è l'abitacolo di un'automobile in quasi costante movimento per le strade della città.
Alla guida c'è un personaggio misterioso (interpretato da Castellitto) che afferma di chiamarsi Carlo e che ingaggia un duello telefonico tutto verbale con il brillante deejay Steph (Lorenzo Richelmy), che potrebbe avere l'età di suo figlio e che conduce un programma notturno dallo studio di Radio 105. La conversazione diventa presto minacciosa e l'uomo detta le sue regole: a parlare con lui deve essere solo il giovane dj, la linea non va mai interrotta, la radio deve trasmettere i brani di musica classica da lui richiesti. Per imporre la propria volontà, l'uomo fa esplodere una bomba all'ultimo piano di un palazzo, per fortuna in costruzione, e quindi a puro scopo dimostrativo e senza provocare vittime. Mentre arrivano sul posto le forze dell'ordine, nella persona in particolare dell'ufficiale dei carabinieri Rosa Amedei, nelle ore della notte (l'azione si svolge quasi in tempo reale), la tensione e la stanchezza salgono, la verità emerge gradualmente, anche se si intuisce che il rapporto perverso che si instaura tra Carlo e Steph non può essere casuale e che una resa dei conti finale è inevitabile.
L'idea di base è buona come anche l'intenzione di calarla in un contesto italiano e riconoscibile, l'atmosfera all'inizio funziona, i movimenti di macchina sinuosi all'interno dello studio radiofonico costruiscono uno spazio che è mentale oltre che fisico, la fotografia e il montaggio sono di qualità, ed è una bella idea l'utilizzo “alla newyorkese” dello skyline notturno milanese (e quella del suo oscuramento).
Ma purtroppo a non funzionare sono le cose fondamentali, a cominciare da una sceneggiatura (firmata dal regista insieme a Lorenzo Collalti) che man mano che procede comincia a rivelare goffaggini di scrittura sempre più gravi, accumulando inverosimiglianze sempre più inaccettabili per la credibilità della storia, fino alla sorpresa finale che anziché illuminare retrospettivamente quanto abbiamo visto, getta ombre ancora maggiori sulla sua coerenza. Perfino sulla pertinenza del titolo (che si riferisce al paradosso per cui il calabrone vola perché non sa di avere le ali troppo piccole per poterlo fare) ci sarebbe da discutere.
Non dirò di più per non rivelare troppo, ma sicuramente indebolisce la forza della storia anche la sproporzione tra il fine perseguito da Carlo e i mezzi da lui predisposti per conseguirlo, come anche la costruzione di un villain tutto sommato inoffensivo.
La scarsa qualità di scrittura si riverbera poi sulla direzione degli attori e sulle loro prestazioni; Castellitto, che in genere tende ad andare sopra le righe, è quello che ne esce meglio, esibendosi in una performance solipsistica, quasi tutta in primo piano; Richelmy, che all'inizio sembrava convincente, finisce per scomporsi una volta messo alla prova dall'evoluzione della sceneggiatura; ma a sprofondare nelle acque peggiori è soprattutto la Foglietta, costretta ad interpretare un tenente colonnello dei Carabinieri in abito da sera di raso rosso con gli anfibi ai piedi e la fondina con la pistola sotto l'ascella nuda (per giunta dentro uno studio all'ultimo piano di un grattacielo, mentre il cattivo si presume stia girando in macchina per non si sa quali strade della città), che non riesce a gestire il ruolo e le reazioni incongrue che le vengono assegnate, cadendo in una recitazione stridente e inadeguata.
A poco serve l'inverosimile e gratuita sorpresa finale, che sovverte lo stesso set dell'azione per dirci che tutto ciò che abbiamo visto non era così come lo credevamo. D'altra parte il film, completamente ambientato a Milano - spiazzamento per spiazzamento - è stato girato a Roma.

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    Mauro Caron

    Appassionato di cinema da sempre, in maniera non accademica.
    Amo il cinema d'autore, ma quello che spero sempre, accingendomi a guardare un film, è di divertirmi ed emozionarmi, e poi di avere di che riflettere.
    ​Dal 2002 al 2023, anno della sua chiusura , ho collaborato con la rivista  di critica e teoria del cinema "Segnocinema"; ho pubblicato anche articoli di cinema su "Confini", sul sito "Fuorischermo", e nel volume collettivo "Tranen" dedicato a cinema e deportazione
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    Nel 2024 ho tenuto il mio primo corso su "Il linguaggio del cinema" per l'Ute di Sesto S.G.

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