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THAI STYLE

INTRODUZIONE ALLA (NOSTRA) THAILANDIA

2/29/2020

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Dove si comincia dalla fine, e cioè si tirano le conclusioni.

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Alessandra aveva trovato un volo aereo per la Thailandia ad un prezzo abbordabile, e così decidiamo di tentare il grande salto. E’ il nostro primo viaggio intercontinentale insieme (io sono stato in Marocco in primavera, insieme ad un amico, grazie all’offerta di un tour a metà prezzo), anche se ci siamo già messi alla prova con una serie di viaggi fai-da-te in Italia e in Europa, da soli o con amici.
Era il 1993 (d.c.; o meglio l'anno 2536 dopo la morte di Buddha), e per quanto riguarda i viaggi, era un altro mondo, senza rete: cioè senza Internet, senza smartphone o cellulari, senza Booking e senza Maps; a parte una programmazione sommaria che si poteva tentare consultando da casa le guide turistiche (noi ci eravamo affidati a quella della Clup, sufficientemente alternativa e ricca di informazioni pratiche oltre che culturali rispetto alle guide tradizionali di allora, anche se rigorosamente priva di fotografie – meglio? si conservava maggiormente la possibilità di essere sorpresi una volta arrivati sul posto), per il resto un viaggio del genere era un salto nel buio. A parte il volo di a/r e le prime notti prenotate nell’albergo di Bangkok, tutto il resto del viaggio - itinerario, trasporti, alloggi, escursioni - era da costruire mano a posto sul posto, andandosi a cercare le informazioni in un Paese dove nessuno parla italiano, non tutti parlano inglese e l’alfabeto è alieno rispetto al nostro.

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Tirando le conclusioni, il viaggio in Thailandia non è certo da annoverare tra i migliori del nostro carnet, tanto è vero che bisognerà aspettare il 2015 (dopo aver visitato altri 40 Paesi in giro per il mondo) prima che ci venga l’idea e la voglia di tornare nel sud-est asiatico (e anche questa volta con esito controverso).
L’itinerario scelto, diviso grosso modo in tre tappe – capitale, nord, sud -, aveva un suo perché. Bangkok (che non ci è piaciuta per niente) è comunque da vedere ed è un punto strategico per visitare località nei dintorni (a qualche decina di chilometri) come ad esempio Ayutthaya e il mercato galleggiante di Damnoen Saduak.
Vale la pena di visitare la parte nord del paese; Chiang Mai come base è una città gradevole e, rispetto alla capitale, riposante. Con il bel tempo meriterebbe qualche giorno in più di quelli che gli abbiamo dedicato noi, per effettuare escursioni (ce ne sono anche a dorso di elefante) sulle montagne e nelle foreste. Imperdibile poi una tappa sulle spiagge esotiche di qualche località marina. Noi abbiamo optato per Koh Samui, nel Golfo di Thailandia, ma altre località rinomate sono sulla costa opposta della penisola, nel Mare delle Andamane. Per chi è appassionato di snorkelling e immersioni Samui non è il massimo; meglio dirigersi ad esempio verso Koh Tao, che fa parte dello stesso arcipelago.
Poi vengono le note dolenti.
Era sbagliato prima di tutto il periodo (per noi obbligato). Ad agosto 1993 in Thailandia piove. E’ la stagione delle piogge monsoniche e piove quasi tutti i giorni - quando violenti acquazzoni, quando moleste pioggerelline. Ha piovuto a Bangkok, nel centro del Paese, ha piovuto nel nord montuoso e ha piovuto nel sud, sul mare del Golfo di Thailandia. E non si pensi alle nostre rinfrescanti sciacquate estive: la pioggia non fa che amplificare gli effetti molesti del clima caldo-umido, a volte davvero difficile da sopportare, particolarmente nella capitale. Questo rende più difficile muoversi e godersi le visite, per l’affaticamento dovuto al caldo soffocante e per le condizioni di luce (sono frequenti i cieli grigi, quando invece si vorrebbero cielo terso e un sole che faccia risplendere come si deve l’oro delle cupole, delle statue e dei pinnacoli).
Le foto che abbiamo visto in Internet sono immensamente più belle e intensamente colorate dei nostri ricordi.
Non sono un appassionato dell’architettura monumentale orientale e la visita di palazzi e templi mi lascia abbastanza freddo (Ayutthaya è però un sito suggestivo). Bangkok è una città caotica, inquinata, ingorgata, tutto sommato antipatica; è nella parte alta della nostra ideale classifica delle città più detestabili del mondo. Forse il giudizio sarebbe meno impietoso se l’avessimo visitata in un diverso periodo.
Anche il mare non ci ha fatto impazzire, anche se le spiagge, con sabbia chiara e bordate dalle palme, sono da cartolina. Anche qui sicuramente influisce sul giudizio il clima non favorevole. Molto bella l’escursione ala parco marino di Angh Thong (non fate come noi e procuratevi una maschera).  ​

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I contatti con la popolazione locale sono stati pochi e non sempre piacevoli. I tailandesi passano per essere un popolo gentile e accogliente, ma la nostra visione parziale ci ha messo davanti a persone non sempre cortesi e spesso interessate (a portarci in qualche negozio o a venderci la qualunque cosa, tanto che alla fine avevamo adottato la strategia di chiedere le informazioni a ragazzini e studenti). A proposito, se siete dei patiti dello shopping, di qualsiasi tipo, la Thailandia potrebbe essere il posto che fa per voi (ma non per noi). Se poi vi piace tirare sui prezzi, accomodatevi, la Thailandia ha prezzi bassi ed è il regno della trattativa.
Il profilo low cost della nostra vacanza inoltre ha ovviamente influito sul relativo comfort. I prezzi tailandesi come ho appena detto erano molto ridotti rispetto ai nostri, ma noi eravamo comunque orientati al risparmio e spendendo qualche soldo in più (a posteriori, riconosciamo che ne sarebbe valsa la pena) avremmo fatto meno fatica e goduto di maggiori comodità. Avremmo forse dovuto prendere qualche tuc tuc in meno, qualche aereo in più (per spostarsi da nord a sud saltando il secondo passaggio a Bangkok), e trovare qualche sistemazione meno spartana. A Koh Samui ci siamo rassegnati per pigrizia a rimanere nel primo posto dove siamo capitati (anche se un po’ ha influito il fascino alternativo e un po’ brutalista dei nostri bungalow alla Robinson Crusoe, in mezzo alle palme e al margine della spiaggia), quando a prezzi tutto sommato abbordabili sarebbe stato possibile alloggiare in villaggi immensamente più comodi e belli.
Di certo comunque è stata un’avventura e un’esperienza; e il viaggio è stato interessante e con momenti divertenti, una sorta di rodaggio per i viaggi a venire.
Scrivo queste righe durante i mesti giorni del lockdown della primavera 2020, forse l’inizio di una nuova e meno felice era; in questo momento non si sa se nel prossimo futuro sarà possibile viaggiare (dove, come, quando, quanto). Scrivo quindi con il rimpianto per i viaggi passati, e con la speranza in quelli futuri.

Nota per la lettura dei prezzi indicati nel testo: Un euro odierno – all'epoca in Italia c'era la lira – sarebbe l'equivalente di circa 33 bath, all'ipotetico cambio del 1993; quindi 100 bath equivalgono approssimativamente e ipoteticamente a 3 euro.

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ARRIVO A SUKHUMVIT

2/28/2020

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Giorno 1 - 17 agosto 1993
​
Milano Malpensa – VARSAVIA - Bangkok

​Dove viaggiamo alla polacca, vedo le ragazze più belle del mondo, saliamo alla 1005 e guardiamo Blade Runner fuori dalla finestra.

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Viaggiamo con la Lot, la linea aerea polacca, nella prima tratta, verso lo scalo di Varsavia, su un Boeing 767, nella seconda su un 737. E' un volo abbastanza economico, che ha come scotto da pagare lunghe pause d'attesa negli scali. Quella all'andata però, a Varsavia, ci offre l'occasione per una veloce visita della capitale polacca. Prendiamo quindi un bus che ci porta verso il centro città, tra edifici del periodo socialista, tra i quali spicca l'enorme mole del Palazzo della Cultura e della Scienza, un massiccio grattacielo alto oltre 40 piani, e altri di architettura rinascimentale e barocca. Il punto centrale della nostra visita è la bella Piazza del Castello, nella Città Vecchia. In realtà, la maggior parte degli edifici storici sono ricostruzioni fedeli eseguite (sulla base dei dipinti settecenteschi di Canaletto e Bellotto, come leggo in seguito) nei decenni successivi alla Seconda Guerra mondiale, durante la quale la città fu quasi completamente rasa al suolo.
Le poche ore passate a Varsavia fanno nascere in me tra l'altro la convinzione (senza impegno) che le ragazze polacche, tutte bionde, snelle e con gli occhi azzurri, siano le più belle del mondo...
Torniamo in aeroporto e ripartiamo dalla Polonia alla volta della Thailandia. A bordo fa freddo e dobbiamo coprirci con le coperte. Alla fine vediamo albeggiare sull'ala dell'aereo.
Con un taxi abbastanza scassato, ma con aria condizionata (per 350 bath), raggiungiamo l'Hotel Rajah, nella zona di Sukhumvit. L'edificio sembra piuttosto squallido e cupo, ma bisogna dire che il tempo non è dei migliori.
Saliamo alla camera 1005. Dalla finestra si gode una vista alla Blade Runner, suggestiva e inquietante nello stesso tempo: davanti a noi si rizzano grattacieli avvolti dalla pioggia, occhieggiano le luci al neon, si levano spirali di fumo, si accendono le luci, si stendono le strade sopraelevate con le macchine in movimento che formano scie di luci rosse e bianche.
Scendiamo per fare quattro passi in Sukhumvit Road e cominciare ad orizzontarci un pochino. Siamo frastornati dal viaggio, dal jet-lag, dal cambio di clima, dal fatto di trovarci in un posto sconosciuto. Ceniamo in camera, poi vado a letto con un'Aspirina.

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TURISTI A BANGKOK

2/27/2020

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Giorno 2 - 18 agosto 1993
BANGKOK
​

Dove si viagga in tuc tuc e si mangia a(llo) zig zag, dove parliamo di Inter e Milan con un monaco e dove incontriamo Buddha smeraldini e Buddha sdraiati; dove facciamo ridere coi ponchos e dove sono inseguito da Tony Tailor col metro in mano; dove veniamo abbandonati per strada e dove alcuni uomini sanguinano...

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Comincia lo strazio delle trattative. Un mezzo molto usato per muoversi in città sono i tuc-tuc, praticamente degli Apecar che possono trasportare un paio di passeggeri e che in teoria dovrebbero essere più economici e veloci dei taxi, potendosi infilare in mezzo al traffico grazie alle loro ridotte dimensioni. Il guaio è che sia io che Alessandra siamo completamente negati per tirare sui prezzi. E' d'altra parte risaputo che il prezzo richiesto in prima istanza da conducenti e venditori vari è molto più alto di quello effettivo, quindi ci proviamo comunque.
Il traffico è effettivamente infernale, pesante e disordinato, complicato dalla presenza di una miriade di motorini e tuc tuc. Si viaggia in mezzo allo smog, che si aggiunge al clima caldo-umido per dare un senso di soffocamento ai viaggiatori.
Cominciamo come si deve, con la visita al Grand Palace, il palazzo reale, dove risiede il Buddha di Smeraldo. E' un grande complesso in uno stile eclettico che mescola l'architettura coloniale occidentale con quello orientale e monumentale, pieno di colonne, di cupole e di pinnacoli bianchi e dorati. Lo visitiamo sotto la pioggerellina. Siamo nella stagione monsonica delle piogge, e piogge e temporali saranno una costante quasi quotidiana per tutta la durata del viaggio.
Poi, sempre nel quartiere di Phra Nakhon, nel centro di Bangkok, visitiamo il Wat Pho (wat significa tempio), che ospita un'altra gigantesca statua di Buddha, stavolta sdraiato. Fuori ancora pagode con appuntiti pinnacoli lavorati e decorati, all'interno un'enorme statua dorata del Buddha stesa in orizzontale, con la testa appoggiata su una mano e cerchi concentrici disegnati sotto i piedi che ricordano impronte digitali. Qui facciamo le nostre prime conoscenze thai: è un monaco buddista con la testa rasata e la veste arancione, che però con nostro stupore ci parla - ma guarda un po' - dell'Inter e del Milan; ci regala un braccialetto e la sua benedizione.
Quando usciamo scorgiamo un acquazzone in arrivo, con le strisce violacee di pioggia che scendono dal cielo. Poco dopo è su di noi, ma noi siamo orgogliosamente organizzati. I tailandesi sembrano incuranti della pioggia e camminano tranquillamente sotto l'acqua, senza ombrelli, impermeabili o cappucci, e la vista dei nostri ponchos impermeabili e colorati, lunghi e con cappuccio, suscitano in loro ilarità e divertimento.
In realtà si suda in continuazione. L'umidità combinata con il caldo produce un clima sgradevole e soffocante. Alessandra lo soffre particolarmente. Ci nutriamo ad ananas, che viene venduto in sacchetti di cellophane trasparente accompagnati con bustine di sale da spargere sulle fette dolci e fresche.

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Quando ci si può muovere andiamo verso il fiume per prendere il traghetto; all'imbarcadero ci mettiamo a chiacchierare con un insegnante tailandese che sta studiando l'italiano e che ci racconta dei litigi quotidiani tra il suo cane e il suo gatto. Ci imbarchiamo e andiamo a visitare il Wat Arun (detto Tempio dell'Alba), un altro complesso di templi costruito proprio sulle sponde del Chao Phraya. Il prang (cioè la guglia) centrale, decorata con frammenti di porcellana, si innalza imponente per un'ottantina di metri sopra il livello del fiume. Saliamo sulle sue terrazze, decorate di sculture.
Rincontriamo l'insegnante, poi intraprendiamo un'altra trattativa con un conducente di tuc tuc. Gli facciamo fare una sosta in stazione per prendere qualche informazione, e lui ci tallona dandoci consigli a sproposito. Poi anziché portarci dove gli avevamo chiesto ci costringe a soste in diversi shopping center. Noi non abbiamo né voglia né interesse per gli acquisti e subiamo il supplizio aggirandoci distrattamente tra i banchi e le vetrine dei negozi e degli artigiani. L'autista ci rimprovera che nel primo shopping center siamo rimasti troppo poco, per cui, malgrado i nostri tentativi di protesta, ci porta da Tony Tailor. Uno dei prodotti principali della Thailandia è la seta (in una versione più ruvida e grezza di quella italiana, ci pare) e ci aggiriamo senza interesse tra i banchi del negozio, quando un sarto mi prende di mira e comincia ad inseguirmi per prendermi le misure per confezionarmi un abito che sarà pronto in un batter d'occhio. Io tento di sfuggirgli e lui mi insegue intorno ai banchi con il sorriso sulla faccia e il metro in mano. Alessandra si diverte. Manca solo la musichetta di Benny Hill per rendere perfetta la scena.
Quando usciamo a mani vuote, il tuc tuc – guarda caso – non va più. Basta poi il tempo di guardarci intorno per cercare di capire dove diavolo siamo – non ne abbiamo la minima idea – e il tuc tuc si dilegua. E' il primo giorno che siamo qui, siamo stanchi e le scritte in tailandese ci impediscono di orizzontarci. Siamo in una zona apparentemente periferica e dimessa. Il tempo è grigio e comincia a farsi scuro. Intorno ci sono delle dimesse bancarelle in cui arrangiandosi in qualche modo, in piedi o seduti su precari sgabelli, si può consumare cibo da strada. Cominciamo a capire cosa intendeva la guida quando diceva che ai tailandesi piace mangiare fuori.
Poco lontano scoppia una rissa per strada e degli uomini sanguinano. Riusciamo a fermare un altro tuc tuc e farci riportare a Sukhumvit. Mangiamo allo Zig Zag, ordiniamo dei piatti thai (i tailandesi sono degli esteti del cibo e può capitare di trovarsi di fronte piatti bellissimi, e frutta scolpita come fosse un'opera d'arte) e poi ci concediamo un Paradise per due; è gelato, e abbiamo l'impressione che i camerieri ci guardino perplessi.

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TRA LE ANTICHE ROVINE

2/26/2020

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Giorno 3 - 19 agosto 1993
BANGKOK – AYUTTHAYA - BANGKOK

Dove visitiamo le romantiche rovine siamesi, facciamo riflessioni sui tuc tuc, le cartine vanno a gambe all'aria e mangiamo a Chinatown

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Il mattino giriamo per agenzie, per cercare di prenotare il treno per Chiang Mai, ma ci rispondono che è pieno. Alla fine, in un'agenzia dall'apparenza seria e professionale, con arredamento moderno e aria condizionata, prenotiamo un bus, per 450 B. a testa.
Poi iniziamo un viaggio che ci porta in tuc tuc al Northern Bus Terminal, e poi in bus ad Ayutthaya, che dista una settantina di chilometri da Bangkok in direzione nord, sempre sul corso del Chao Phraya. Qui affittiamo un altro tuc tuc e contrattiamo un prezzo di 600 B. perché ci accompagni per tre ore all'interno del grande complesso. Ayutthaya, è stata una capitale reale, e vantava nel periodo del suo maggior splendore centinaia di templi, diversi palazzi reali e fortezze difensive. Aggredita e distrutta dai Birmani, fu in seguito abbandonata e sommersa dalla giungla. Oggi le rovine sono state recuperate e ripulite e un paio d'anni fa il sito è entrato a far parte del Patrimonio dell'umanità dell'Unesco. Per ore un po' a piedi e un po' a bordo del nostro tuc tuc ci aggiriamo tra stupa, prang, templi, statue del Buddha, mentre il nostro autista ci aspetta silenzioso e paziente, finché ne abbiamo a sufficienza. Il luogo è romantico e suggestivo (le rovine sono spoglie di quelle dorature e verniciature che in altri casi fanno apparire appena costruiti gli edifici più antichi), e anche il contesto è piuttosto suggestivo, tra grandi imponenti Buddha disinvoltamente sdraiati nella campagna, stoppie che fumano, bambini, cani, baracche.

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Riprendiamo il bus per il ritorno, con code e ingorghi dovunque man mano che ci si avvicina alla città. Prendiamo un taxi per Chinatown ma l'autista si sbaglia e ci porta in un altro posto. Capirsi è un problema. Noi pronunciamo i nomi thai in modo tale che per loro sono incomprensibili. Molti conducenti di taxi e di tuc tuc non sanno leggere i caratteri occidentali per cui anche fargli leggere i nomi su biglietti o sulle nostre cartine è spesso inutile. Più di una volta rimaniamo a guardare gli autisti che si rigirano la cartina che gli abbiamo dato in mano, con espressione corrucciata e pensierosa; a volte la contemplano gambe all'aria, sperando vanamente di ricevere un'illuminazione dal Buddha. Dopo un po' di tentativi impariamo come si dice la stazione ferroviaria e gliela indichiamo sulla cartina (a volte facendo ciuf ciuf come nelle caricature) in modo che abbiano almeno un punto di riferimento da cui partire per cercare di raccapezzarsi.
Ad un certo punto, forse troppo tardi, concluderemo che comunque è meglio servirsi dei taxi che dei tuc tuc: saranno un po' più costosi e meno veloci, ma sono chiusi e hanno l'aria condizionata - due caratteristiche non secondarie in una città inquinata e afosa come Bangkok – e inoltre si spendono meno tempo ed energie nelle trattative.
Giriamo tra strade e bancarelle e alla fine ci fermiamo per cenare in un ristorante cinese. Mangiamo con le bacchette – Alessandra mi prende in giro sostenendo che non sono abile – riso con gamberi e polpa di granchio. Spendiamo l'irrisoria cifra di 110 B. in due e oltretutto rimaniamo stupiti dalla quantità di personale presente in sala, ragazzi e ragazze in divisa da camerieri. Un numero, rapportato ai clienti in sala, che da noi sarebbe assolutamente spropositato e antieconomico.
Di tuc tuc ne avremmo abbastanza per oggi e tentiamo la carta dei mezzi pubblici. Saliamo sul bus n. 1 (cominciamo dall'inizio), ma a furor di popolo ci fanno saltare giù perché pare non sia quello giusto. Ci rassegniamo ad un altro tuc tuc e torniamo a Sukhumvit.

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CIRCOLI VIZIOSI

2/25/2020

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Giorno 4 - 20 agosto 1993
BANGKOK

Dove scopriamo perché è così difficile orientarsi e perché tentano di depistarci; dove approdiamo a Khaosan Road e finiamo in un circolo vizioso; e dove partiamo ma scopriamo di aver speso circa 7 volte più del dovuto...

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La mattina torniamo alla stazione per prenotare il viaggio per Koh Samui, l'isola del sud (koh è in realtà un nome comune che significa “isola”) che abbiamo scelto per fare un po' di mare nella terza parte della nostra vacanza. Lasciamo i bagagli al deposito e Alessandra spedisce un telegramma a casa. Prendiamo poi un secondo tuc tuc per andare al Wat Mahathat, ma il conducente ci infligge un'altra sosta nei negozi con cui ha i suoi accordi. Non compriamo niente neanche stavolta, e così si ripete la sceneggiata del tuc tuc che non riparte. Ostinatamente, prendiamo il terzo tuc tuc della mattinata. Il traffico è micidiale, l'aria asfissiante e irrespirabile, e spesso mi tiro il fazzoletto da collo sul naso e sulla bocca. Troviamo ancora molto difficile orientarci. La città è caotica (sugli appunti per la precisione ho scritto “infernale”), senza molti punti di riferimento, e qui facciamo una scoperta fondamentale, e che cioè la nostra capacità di orizzontarci in assoluto dipende moltissimo da segni visivi letterali. Ad aiutarci a riconoscere i posti sono spesso i cartelli delle strade, ovviamente, ma anche le insegne, i cartelloni pubblicitari, i nomi degli hotel, dei negozi, ecc. Qui, dove la maggior parte delle cose sono scritte in caratteri thai, è difficilissimo trovare degli appigli visivi che aiutino a ritrovare il senso dell'orientamento.
Inoltre i tailandesi ci sembrano, a dispetto della loro fama, non molto ospitali e piuttosto interessati; per non parlare dei conducenti di tuc tuc – i cui guadagni derivano forse più dalle mazzette che prendono dai negozi nei quali obbligano gli sprovveduti turisti a fermarsi - anche quando chiediamo un'informazione ad un semplice passante, questi ci mente dicendoci che il tempio adesso è chiuso – scopriremo che non è così – e invitandoci intanto a visitare il negozio di non so quale suo parente, tanto per ammazzare il tempo. Impareremo con l'esperienza che la cosa migliore è chiedere le informazioni agli studenti e alle studentesse, se capita di incontrarne. Sono immediatamente riconoscibili, nelle loro divise immacolate, sono troppo giovani per avere accordi commerciali con i negozianti e quindi sono più sinceri e attendibili nelle risposte, sono più carini e carine degli adulti e, last but not least, in genere sanno un po' d'inglese per potersi intendere.  

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Visitiamo il wat: i templi, anche se affollati da fedeli e turisti, sono delle oasi di pace, di ordine e di pulizia in mezzo al caos, alla sporcizia, ai rumori e allo smog della città intorno. Il Mahathat comprende una serie di edifici bianchi dai tetti caratteristici, a falde sovrapposte e leggermente concavi verso l'alto. File di Buddha acciambellati, snelli e dorati, si allineano in lunghi corridoi. Visitiamo il mercato degli amuleti che è parte integrante del tempio, poi andiamo a mangiare un gelato per rinfrescarci, su una palafitta che domina il fiume giallo e sporco.
Facciamo una lunga trattativa con un tuc tuc e spuntiamo il prezzo di 80 B. per farci riportare in albergo, dove abbiamo appuntamento per il pick up alle 15.30. C'è un momento, durante un tragitto in tuc tuc, quando si infila a tutta velocità nel disordine incomprensibile di vicoli stretti, popolati da personaggi alieni, in cui mi sorge un pensiero spontaneo, indesiderato e forse un po' razzista: se il tuc tuc si infilasse in qualcuno di questi antri, dove ci facessero fuori per derubarci e ci facessero sparire in qualche modo, probabilmente nessuno saprebbe mai dove siamo finiti. Scaccio il pensiero; alla fine siamo sempre arrivati dove volevamo arrivare, o pressapoco.
Con un quarto d'ora di ritardo passa a prelevarci un furgoncino, che ci mette un'ora, nel traffico, per portarci a destinazione. La nostra meta è una stamberga, in un'animatissima via vicina all'Hotel Royal, che fa da agenzia di viaggi, bar e non sappiamo che altro.
Nel retro intravediamo scene di vita domestica, con bambini, donne anziane che si lavano i piedi in un catino di plastica, e cose del genere. La strada fuori invece è molto animata e ha l'aria un po' fricchettona, ma non osiamo allontanarci più di tanto per paura che ci vengano finalmente a chiamare per la partenza. Facciamo conoscenza con un signore svizzero, poi succede: si parte! Saliamo a bordo di un furgone e ci buttiamo nel traffico. Restiamo fermi negli ingorghi, ci muoviamo a tratti senza fare molto progressi. Dopo un bel po' comincio ad avere dei dubbi: mi sembra di riconoscere i posti che vediamo sfilarci accanto al finestrino. Ed è così! Poco dopo siamo di nuovo davanti alla stamberga e ci scaricano dal furgone. Siamo esterrefatti, ma non c'è alcun modo per avere delle spiegazioni.
Non resta che attendere, intanto ci azzardiamo a dare un'occhiata in giro. Nella via ci sono un sacco di guest house, di posti telefonici, di agenzie di viaggio con prezzi inverosimilmente bassi, di negozi con ogni tipo di mercanzia. E' evidentemente l'epicentro bangkonkiano del turismo giovanile e dei backpakers.
Ci sono intanto una serie di movimenti incomprensibili, mentre il tempo passa; poi veniamo radunati di nuovo, guidati attraverso i stretti vicoli sul retro della stamberga, fino a raggiungere un viale dall'altra parte, dove c'è un bus che ci aspetta.
Partiamo; sono le 18.40. Lungo la strada piove. Noi (solo noi, e gli svizzeri) siamo stati dotati di sacchetti di carta con le merende. Dentro ci sono maccheroncini cinesi, coscia di pollo, ananas e succo d'arancia. Parlando con i nostri vicini d'autobus scopriamo che hanno comprato i biglietti nelle improbabili agenzie di Khaosarn Road, da dove siamo partiti, pagandoli una frazione infinitesimale di quanto li abbiamo pagati noi nella rispettabile agenzia di Sukhumvit, ottenendo – fatto salvo il prestigioso sacchetto da viaggio – lo stesso delirante trattamento, ma ad un prezzo sette volte inferiore...

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LA ROSA DEL NORD

2/24/2020

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GIORNO 5 - 21 agosto 1993
CHIANG MAI

Dove stiamo fermi in mezzo al nulla e alle tenebre, ma poi arriviamo a destinazione; dove facciamo una cena coloniale e compro una rosa del nord.

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Verso mezzanotte ci fermiamo per una sosta ristoro in una sorta di autogrill thai. Ripartiamo, ma ad una velocità incomprensibilmente bassa. Ci chiediamo perché, ma stiamo cominciando a capire che non dobbiamo farci troppe domande. Alla fine però ci fermiamo del tutto. Abbiamo forato una gomma, a quanto pare. Sul bus oltre al conducente c'è un numero imprecisato ed esorbitante di aiutanti, dalle mansioni imperscrutabili, così tutti si mobilitano per scendere e vedere di riparare il danno. Sotto i finestrini si raduna così una piccola folla, mentre i tailandesi si danno alacremente da fare alla luce dei fari di un furgone mentre un gruppetto di turisti non trova di meglio da fare che sedersi per terra a semicerchio ed assistere interessati e perplessi alle operazioni,. Io non ho la forza di scendere, sono imbambolato dal sonno. Intorno c'è il nulla, un nulla immerso nel buio vuoto della notte. Probabilmente non si tratta solo di una foratura. Non so cosa succeda, sono in coma. So solo che quando si riparte sono circa le 4 e da tre ore siamo fermi in mezzo all'ignoto. Stavolta la velocità è sostenuta, e presto comincia a far luce. Attraversiamo un paesaggio verde, poi ci scaricano in un'area di servizio, ci caricano su un pulmino e ci scaricano nuovamente nel cortile di una guest house. In qualche modo, siamo arrivati a Chiang Mai, in una zona circondata da colline e montagne verdeggianti.
Prendiamo alloggio al Montri Hotel, la camera doppia costa 450 B. Abbiamo bisogno di un po' di riposo e ci riposiamo, poi usciamo per informarci nelle agenzie sui tour possibili. Quelli più impegnativi e avventurosi (escursioni nella jungla con elefanti e simili) sono impraticabili perché siamo nella stagione delle piogge. Alla fine prenotiamo un'escursione, poi andiamo direttamente in stazione per prenotare il viaggio di ritorno (in treno!) da Chiang Mai a Bangkok. Troviamo solo posti a sedere, e li prendiamo.
Quindi facciamo un po' i turisti, girando un po' di templi e muovendoci con tuc e tuc e altri mezzi analoghi. La sera una tranquillizzante cena coloniale in un ristorantino, con cordon bleu, pommes frites e soda. C'è anche un'esibizione carina con deliziose ragazzine canterine. Compro una rosa del Nord e la regalo ad Alessandra.

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DAILY TRIPPERS

2/23/2020

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GIORNO 6 - 22 agosto 1993
CHIANG MAI – VILLAGGIO AKHA – MAI SAI – TRIANGOLO D'ORO – CHIANG SAEN – CHIANG MAI

Dove visitiamo il villaggio della tribù di montagna, ci impantaniamo nel fango rosso e visitiamo il triangolo d'oro e troviamo la droga al museo.

Foto
Verso le 7 partiamo per il nostro daily trip. Siamo in minibus con una famiglia di quattro persone, una coppia con una figlia di circa 15 anni e un bambino più giovane. Facciamo una prima sosta alle Hot Springs, delle sorgenti d'acqua calda con getti tipo geyser. La seconda tappa è in un villaggio Akha, mentre comincia a piovere. Gli Akha sono un'etnia di religione animista che vive nelle zone collinose e montuose in diversi Paesi del sud-est asiatico. Il villaggio è costituito di capanne di legno, allineate lungo una strada che presto diventa fangosa. Le donne che indossano i costumi tradizionali portano vestiti neri con inserti a colori vivaci, e copricapi vistosi e pittoreschi decorati con sfere di metallo e perline. In giro vagano bambini e maiali. Diamo qualche soldo alla maestra del villaggio e Alessandra compra una bella scatola rotonda, laccata, nera con decorazioni blu, che contiene un'altra scatola identica ma più piccola che contiene un'altra scatolina ancora più piccola. Paga quanto chiedono, senza trattare. Incontriamo gli svizzeri con cui siamo partiti da Bangkok. Torniamo al furgoncino, mentre la strada si trasforma in un fiume di fango rosso dove saltano delle micro-rane. Qualcuno mette delle assi di legno per camminare, perché il fango sta rendendo impraticabile la strada, e qualcun altro deve occuparsi di schiodare il furgone che si è impantanato.
Porteremo con noi il fango rosso, che si seccherà sui nostri vestiti, per tutto il giorno e anche oltre. Partiamo, attraversiamo Chiang Rai senza fermarci, e raggiungiamo Mai Sai, punto più settentrionale della Thailandia. Al di là di un ponte ci affacciamo al confine con la Birmania, presidiato dai militari e attraversato da un discreto andirivieni di persone e veicoli. In un laboratorio di pietre dure incontriamo di nuovo gli svizzeri, che si fanno dire tutti i prezzi mentre il più anziano ci fa dei gesti e dice a parte “Molto, molto...”.
Pranziamo in un locale thai o cinese, con pollo accompagnato da varie salsine. Scopriamo che i nostri compagni di viaggio sono turchi, anche se comunichiamo in francese. Alessandra mangia un buon dolcetto, e io commetto l'irresponsabile errore di non fargliene comprare un altro, malgrado gliene abbia mangiato un pezzo per assaggiarlo...
Dopo pranzo raggiungiamo le rive del Mekong, nel Triangolo d'oro, la zona montuosa dove si uniscono i confini di Thailandia, Laos e Birmania, e dove si produce una buona parte dell'oppio e dell'eroina che circola nel mondo. Il fiume scorre largo e giallo, indifferente, affiancato da una strada invasa dal fango.
A Chiang Saen visitiamo il piccolo Museo dell'oppio, che fornisce informazioni sulle coltivazioni e sui tentativi di combattere la produzione di droga e che offre la possibilità di comprare souvenir come pipe o dolcetti all'oppio. Nelle vicinanze visitiamo un tempio antico immerso tra gli alberi.
Poi ci mettiamo in viaggio per il rientro a Chiang Mai, che richiede quattro ore di macchina.
Ceniamo in un ristorantino italo-tailandese, niente di speciale.

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IL TEMPIO TRA LE NUVOLE

2/22/2020

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Giorno 7 - 23 agosto 1993
CHIANG MAI – DOI SUTHEP – CHIANG MAI

Dove saliamo la scala dei draghi e visitiamo un tempio in mezzo alle nuvole.

Foto
Ci piacerebbe fare un'altra escursione, ma la minaccia di pioggia ci dissuade.
Dopo colazione, prendiamo un furgoncino che ci porta al Doi Suthep, una montagna alle spalle di Chiang Mai dove, a una quindicina di chilometri dalla città, sorge un tempio famoso, il Wat Phra That. Prima attraversiamo gli alberi del parco nazionale, poi le nuvole.
Questo sarebbe infatti un posto panoramico, da dove vedere la città dall'alto, ma oggi è immerso nelle nuvole. Arriviamo ai piedi della lunga salita che conduce al tempio: è una scalinata di oltre 300 gradini in mattoni rossi, che si arrampica verso le cima affiancata su entrambi i lati da due enormi naga, due draghi serpentiformi a quattro teste crestate le cui spire si srotolano verso l'alto, dove sfumano e scompaiono nelle nubi. Saliamo (ci sarebbe anche una funivia) ed entriamo nel tempio, racchiuso tra mura bianche ricoperti di tegole rosse. All'interno ci sono tempietti in legno traforato, statue di elefanti, altri serpenti dorati, statue di Buddha in varie dimensioni e posizioni, un grande stupa dorato alto 16 metri e circondato da parasole dorati ornamentali, campane e campanellini. Tutto dovrebbe risplendere del fulgore dell'oro, ma oggi no, e giriamo nelle nostre mantelline impermeabili, blu e gialla, camminando a piedi nudi sul pavimento di marmo fresco e scivoloso.

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Piove, torniamo verso la città. Facciamo una merenda, recuperiamo gli zaini e facciamo qualche acquisto al Night Market.
In stazione ci imbarchiamo sullo Sprinter Train per Bangkok. Ci sono coperte per ripararsi dal freddo della notte condizionata, spazzini che tengono puliti i vagoni, e perfino le hostess.
Diciamo che il viaggio è decisamente meglio di quello dell'andata.

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TUTTO IN VENDITA

2/21/2020

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GIORNO 8 - 24 agosto 1993
BANGKOK

Dove passiamo dal regno dei falsari a quello del sesso; dove inseguiamo Michael Jackson ma dei cani randagi inseguono noi.

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Poi ci rendiamo conto di essere tornati dell'invivibile Bangkok, con tutto il suo corredo di smog, caos e ingorghi. Ci facciamo portare all'Hotel Royal, che avevamo adocchiato durante la visita precedente, ma ci chiedono 1300 B. per la camera, che ci sembrano troppi. Decidiamo allora di dare un'occhiata alle guest house di Khaosan, la via dove avevamo atteso la partenza per Chiang Mai. In realtà scopriamo presto che le guest house lungo la strada sono molto meno simpatiche di quello che pensavamo. Ci fermiamo comunque in quella che sembra la meno peggio (lo è?) dal nome pomposo e promettente di Khaosan Palace. Costa 450 B. (come il ben più confortevole Montri di Chiang Mai): tentano di fregarci sul resto e ci sono gli scarafaggi.
Usciamo. Khaosan Road è un ribollire di negozi e bancarelle dove sembrano vendere di tutto. Molta è merce più o meno taroccata: si va dalle polo con appiccicata sopra il coccodrillino della Lacoste alle tessere fasulle del Cts (il Centro Turistico Studentesco, presente anche in Italia), con la quale si possono avere sconti e facilitazioni, e altri tipi di documenti. Noi non abbiamo fototessere con noi (ma senza dubbio c'è anche chi te le fornisce) per cui non possiamo permetterci documenti falsi, però facciamo anche noi – tra Chiang Mai e la Khaosan – un po' di acquisti: una pseudo-Lacoste con un bel colore turchese, una t-shirt bianca con stampata davanti una vignetta di “The Blue Lotus” di Tin Tin, e una serie di audiocassette che includono Beatles, Lou Reed, Gispy King, Eric Clapton, Rem.
Nell'afa, ci avventuriamo alla ricerca dell'edificio che custodisce le barche reali. Rischiamo di morire asfissiati dallo smog su un ponte che attraversa il fiume, raccogliamo espressioni di inebetito stupore dai nativi ai quali chiediamo informazioni, e alla fine entriamo in una strada deserta e dall'aspetto periferico, dove è piuttosto improbabile che custodiscano imbarcazioni reali. Non abbiamo modo di scoprirlo, comunque, perché ci vengono due spaventosi cani latranti e ringhianti. Io mi riparo istintivamente dietro Alessandra, e arretriamo cautamente. Ale me lo rinfaccerà ironicamente per tutta la vita: un po' è stato un moto di effettiva ed istintiva codardia, un po' so per comprovata esperienza che lei è molto più brava di me a farsi amici gli animali e ad ammansire le belve. Per fortuna i cani rinunciano a sbranarci e noi rinunciamo alle barche reali.
Prendiamo l'express boat per discendere il Cha Praya; molti scolari lo prendono al volo mentre qualcuno fischia insensatamente con un fischietto. Scendiamo in corrispondenza dello Sheraton e ci concediamo una pausa di riposo e aria condizionata al centro commerciale City River.
Poi ci incamminiamo sotto un cielo di nuvole violacee che minacciano un temporale che invece stenta a scoppiare. Raggiungiamo l'Hotel Oriental, forse il più famoso e lussuoso albergo della città, che visto dall'esterno è comunque un anonimo palazzone a sua volta affacciato sul fiume. Ma casualmente siamo arrivati al momento giusto: troviamo radunato un gruppetto di persone che, scopriamo, sta aspettando l'arrivo di Michael Jackson. Jackson è in tour a Bangkok per due concerti, oggi e domani, ed effettivamente costituisce da giorni l'argomento principale di giornali, televisioni, tassisti e importuni vari che lo utilizzano come esca per l'approccio. Ci uniamo ai fan, tra poliziotti in tenuta all'americana, studentesse in camicia candida, pseudo-boy scout e ospiti eleganti dell'Oriental. Non ce ne frega niente di Michael Jackson, né di qualunque altra celebrità, ma ci uniamo nell'attesa, e corriamo qua e là urlando, come si conviene, quando sembra muoversi qualcosa. Naturalmente Michael Jackson non si fa vedere, tutto quello che vediamo sono un paio di anodine automobili con i vetri oscurati che ci passano sotto il naso, ma apparentemente non abbiamo niente di meglio da fare e ci divertiamo come dei ragazzini.
Ci facciamo fregare da un tassista di Silom Road, che ci porta in un seafood dove ci spillano 750 B. per due piattini di gamberoni, peraltro buoni, con riso e patatine.

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Dopo trattative e incomprensioni varie (arriverà il momento in cui ci chiederemo definitivamente il senso di estenuanti trattative per risparmiare delle somme del tutto irrisorie e insignificanti), un tuc tuc ci porta al famigerato quartiere di Patpong, lungo le cui viuzze, tra le insegne luminose multicolori, i tavolini all'aperto e la folla dei curiosi, come noi, si susseguono i locali del sesso. Dietro si nasconde una realtà spaventosa, prostituzione, tratta delle donne, sfruttamento di bambine e ragazzine (alcune arrivano dalle montagne e dai villaggi come quelli che abbiamo visitato nei dintorni di Chiang Mai) e anche minori maschi. Noi passeggiamo tra insegne dai nomi ammiccanti, antri luminosi che portano verso luoghi di perdizione, e ragazzi che sulla strada offrono veri e propri menù con l'elenco di spettacolini, dove si esibiscono in numeri pseudo-erotici i talenti più improbabili, e altre prestazioni. Ci offrono intrattenimenti, come singoli o come coppia, ma noi passiamo oltre.
Ah, e ci sono le bancarelle; la Thailandia comincia ad apparirci come uno sconfinato mercato dove si vende di tutto e tutti vendono qualcosa. E' così dovunque? Allora qui più sfacciatamente.
Torniamo in taxi, e facciamo anche noi i nostri acquisti – insetticida – e torniamo in albergo per la nostra ultima notte a Bangkok.

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THAILAND SHOW

2/20/2020

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GIORNO 9 - 25 agosto 1993
BANGKOK - Damnoen Saduak - Nakhon Pathom – BANGKOK

Dove visitiamo un mercato che galleggia, una scimmia si prova i miei occhiali e cavalchiamo un elefante; finiamo ritratti su un piattino, rischiamo di perdere il treno e poi di prenderci una sassata dal finestrino; ma dove finalmente ci allontaniamo da Bangkok.

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Astutamente, per sfuggire alle spire di e alle delizie di Bangkok, ieri ci siamo iscritti ad un'escursione per visitare alcune attrazioni nei dintorni, E' un'escursione delle più classiche, che include il Floating Market e il Rose Garden. Costa circa 400 B., incluso lunch. Partiamo da Kaosan Rd (tutto parte da Kaosan Rd?), su un pulmino dove viaggiamo per una novantina di chilometri in direzione sud-ovest, insieme a due olandesi taciturni, due tedeschine reduci da Koh Samui, che sono probabilmente sulla via del ritorno e mangiano e fanno acquisti, e un terzetto di giapponesi. La guida, contrariamente a quella di Chiang Mai, è antipatica, rompiballe e ripete sempre le stesse cose. La sua continua ripetizione dell'espressione Floating Market, o meglio il modo in cui la pronuncia, flotinmalkèt, diverrà per noi memorabile.
Il mercato galleggiante di DAMNOEN SADUAK però è veramente bello e ci arriviamo con un bel tragitto a bordo di una barca lungo i canali. Già all'imbarcadero, appena scesi dal minibus, mi ritrovo, colto di sorpresa, con una scimmia in braccio che cerca di infilarsi i miei occhiali da sole. Ridiamo e facciamo una foto.
Lungo il canale si allineano e scivolano le barchette di legno sulle quali i venditori, in gran parte donne a dire il vero, con il capo coperto dai tipici cappelli rotondi di paglia, hanno accumulato la loro mercanzia, spesso coloratissima, fiori, frutta, verdure, spezie, oggetti di artigianato. Forse il mercato sta diventando un'attrazione per turisti, ma l'atmosfera, i colori, perfino gli odori creano una fantastica ambientazione esotica e pittoresca. Camminiamo lungo le banchine, dove volendo ci si può anche fare la foto con un enorme serpente al collo.
Mangiamo piatti thai in un ristorantino sul fiume. A proposito di piatti, anche io e Alessandra ci ritroviamo inaspettatamente ritratti fotograficamente su un piattino in vendita all'uscita dal mercato.

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​Qualche decina di chilometri in direzione nord, il pulmino ci porta al Rose Garden, nei dintorni di NAKHON PATHOM. Oltre ad essere un giardino, è un parco culturale, dove ci sono dimostrazioni di cerimonie, di danza, di arti marziali con boxe e combattimenti con le spade, di elefanti al lavoro. Tutto sembra un po' artificiale, uno spettacolo senza molto anima, ma dà comunque un'idea dell'eredità culturale tailandese. Ci concediamo anche un elephant riding, arrampicati su un seggiolino di legno sul dorso dell'elefante. La cavalcata si traduce in un tragitto di una cinquantina di metri all'interno del giardino, ma Alessandra si diverte molto di più a guardare gli elefanti che mangiano le banane.

Al Rose Garden incrociamo di nuovo i nostri conoscenti svizzeri, ma loro partono domani per Hong Kong e le nostre strade si dividono per sempre.
Ci mettiamo sulla strada del ritorno; abbiamo il treno alle 19.20 ma prima dobbiamo passare da Khaosan a recuperare i nostri bagagli. Verso le 17 siamo già alle porte di Bangkok, che però sono completamente ostruite dal solito ingorgo mostruoso. Non sappiamo dove siamo, siamo fermi impantanati e senza vie d'uscita visibile e i minuti passano a grappoli. Poi succede che la guida finisce in bellezza abbandonandoci a tradimento nel traffico indecifrabile, con l'autista non ci capiamo, e con la cartina non ci raccapezziamo. Diamo il treno ormai per perso e cominciamo a disperarci, quando all'improvviso mi sembra di riconoscere qualcosa e capisco che ci stiamo avvicinando a Khaosan (toh, guarda, il nome contiene la parola chaos).
Arriviamo verso le 18, arraffiamo gli zaini, fermiamo il primo tuc tuc di passaggio e via alla stazione a tutta velocità, traffico permettendo. Siamo in stazione con addirittura 40 minuti di anticipo. Vorremmo telefonare, ma l'ufficio postale è chiuso.
Ci imbarchiamo e partiamo. Il treno è brutto e il nostro finestrino non si tira su; mentre usciamo dalla città sentiamo una grossa botta sulla fiancata: qualcuno ha buttato contro il treno qualcosa che se fosse entrato dal finestrino penso ci avrebbe fatto molto male.
Le cuccette però sono comode, e affrontiamo la notte.

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    Thailandia 1993

    C'era una volta (1993 d.C, ovvero 2536 d.B.): Alessandra trova un volo a buon prezzo (non si diceva ancora low cost) e partiamo per la Thailandia, nel nostro primo viaggio insieme extra-Europa. Quasi tre settimane per visitare Bangkok e dintorni, dare un'occhiata al nord montuoso, rilassarci sulle spiagge del sud e cercare di capire qualcosa della Thailandia. Senza booking on line, senza maps, senza trip advisors e senza smartphone...
    Turisti fai-da-te? diceva una pubblicità dell'epoca. Con quel che ne seguiva.

    Stavolta, al contrario dei diari messicano e cubano, ho deciso di illustrare i post con qualche foto. Le mie, allo stato di diapositive non digitalizzate, giacciono in qualche scatolone in cantina; quindi le foto le ho prese dal web, queste sì, sperando di non avere rubato niente a nessuno. Nota bene: non ho scelto necessariamente le foto più belle che ho trovato, ma quelle che più si avvicinavano ai miei ricordi, alla luce e al tempo meteorologico in cui abbiamo visto i posti che abbiamo visitato. Long time ago...

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