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2/21/2020

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GIORNO 8 - 24 agosto 1993
BANGKOK

Dove passiamo dal regno dei falsari a quello del sesso; dove inseguiamo Michael Jackson ma dei cani randagi inseguono noi.

Foto
Poi ci rendiamo conto di essere tornati dell'invivibile Bangkok, con tutto il suo corredo di smog, caos e ingorghi. Ci facciamo portare all'Hotel Royal, che avevamo adocchiato durante la visita precedente, ma ci chiedono 1300 B. per la camera, che ci sembrano troppi. Decidiamo allora di dare un'occhiata alle guest house di Khaosan, la via dove avevamo atteso la partenza per Chiang Mai. In realtà scopriamo presto che le guest house lungo la strada sono molto meno simpatiche di quello che pensavamo. Ci fermiamo comunque in quella che sembra la meno peggio (lo è?) dal nome pomposo e promettente di Khaosan Palace. Costa 450 B. (come il ben più confortevole Montri di Chiang Mai): tentano di fregarci sul resto e ci sono gli scarafaggi.
Usciamo. Khaosan Road è un ribollire di negozi e bancarelle dove sembrano vendere di tutto. Molta è merce più o meno taroccata: si va dalle polo con appiccicata sopra il coccodrillino della Lacoste alle tessere fasulle del Cts (il Centro Turistico Studentesco, presente anche in Italia), con la quale si possono avere sconti e facilitazioni, e altri tipi di documenti. Noi non abbiamo fototessere con noi (ma senza dubbio c'è anche chi te le fornisce) per cui non possiamo permetterci documenti falsi, però facciamo anche noi – tra Chiang Mai e la Khaosan – un po' di acquisti: una pseudo-Lacoste con un bel colore turchese, una t-shirt bianca con stampata davanti una vignetta di “The Blue Lotus” di Tin Tin, e una serie di audiocassette che includono Beatles, Lou Reed, Gispy King, Eric Clapton, Rem.
Nell'afa, ci avventuriamo alla ricerca dell'edificio che custodisce le barche reali. Rischiamo di morire asfissiati dallo smog su un ponte che attraversa il fiume, raccogliamo espressioni di inebetito stupore dai nativi ai quali chiediamo informazioni, e alla fine entriamo in una strada deserta e dall'aspetto periferico, dove è piuttosto improbabile che custodiscano imbarcazioni reali. Non abbiamo modo di scoprirlo, comunque, perché ci vengono due spaventosi cani latranti e ringhianti. Io mi riparo istintivamente dietro Alessandra, e arretriamo cautamente. Ale me lo rinfaccerà ironicamente per tutta la vita: un po' è stato un moto di effettiva ed istintiva codardia, un po' so per comprovata esperienza che lei è molto più brava di me a farsi amici gli animali e ad ammansire le belve. Per fortuna i cani rinunciano a sbranarci e noi rinunciamo alle barche reali.
Prendiamo l'express boat per discendere il Cha Praya; molti scolari lo prendono al volo mentre qualcuno fischia insensatamente con un fischietto. Scendiamo in corrispondenza dello Sheraton e ci concediamo una pausa di riposo e aria condizionata al centro commerciale City River.
Poi ci incamminiamo sotto un cielo di nuvole violacee che minacciano un temporale che invece stenta a scoppiare. Raggiungiamo l'Hotel Oriental, forse il più famoso e lussuoso albergo della città, che visto dall'esterno è comunque un anonimo palazzone a sua volta affacciato sul fiume. Ma casualmente siamo arrivati al momento giusto: troviamo radunato un gruppetto di persone che, scopriamo, sta aspettando l'arrivo di Michael Jackson. Jackson è in tour a Bangkok per due concerti, oggi e domani, ed effettivamente costituisce da giorni l'argomento principale di giornali, televisioni, tassisti e importuni vari che lo utilizzano come esca per l'approccio. Ci uniamo ai fan, tra poliziotti in tenuta all'americana, studentesse in camicia candida, pseudo-boy scout e ospiti eleganti dell'Oriental. Non ce ne frega niente di Michael Jackson, né di qualunque altra celebrità, ma ci uniamo nell'attesa, e corriamo qua e là urlando, come si conviene, quando sembra muoversi qualcosa. Naturalmente Michael Jackson non si fa vedere, tutto quello che vediamo sono un paio di anodine automobili con i vetri oscurati che ci passano sotto il naso, ma apparentemente non abbiamo niente di meglio da fare e ci divertiamo come dei ragazzini.
Ci facciamo fregare da un tassista di Silom Road, che ci porta in un seafood dove ci spillano 750 B. per due piattini di gamberoni, peraltro buoni, con riso e patatine.

Foto
Dopo trattative e incomprensioni varie (arriverà il momento in cui ci chiederemo definitivamente il senso di estenuanti trattative per risparmiare delle somme del tutto irrisorie e insignificanti), un tuc tuc ci porta al famigerato quartiere di Patpong, lungo le cui viuzze, tra le insegne luminose multicolori, i tavolini all'aperto e la folla dei curiosi, come noi, si susseguono i locali del sesso. Dietro si nasconde una realtà spaventosa, prostituzione, tratta delle donne, sfruttamento di bambine e ragazzine (alcune arrivano dalle montagne e dai villaggi come quelli che abbiamo visitato nei dintorni di Chiang Mai) e anche minori maschi. Noi passeggiamo tra insegne dai nomi ammiccanti, antri luminosi che portano verso luoghi di perdizione, e ragazzi che sulla strada offrono veri e propri menù con l'elenco di spettacolini, dove si esibiscono in numeri pseudo-erotici i talenti più improbabili, e altre prestazioni. Ci offrono intrattenimenti, come singoli o come coppia, ma noi passiamo oltre.
Ah, e ci sono le bancarelle; la Thailandia comincia ad apparirci come uno sconfinato mercato dove si vende di tutto e tutti vendono qualcosa. E' così dovunque? Allora qui più sfacciatamente.
Torniamo in taxi, e facciamo anche noi i nostri acquisti – insetticida – e torniamo in albergo per la nostra ultima notte a Bangkok.

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    Thailandia 1993

    C'era una volta (1993 d.C, ovvero 2536 d.B.): Alessandra trova un volo a buon prezzo (non si diceva ancora low cost) e partiamo per la Thailandia, nel nostro primo viaggio insieme extra-Europa. Quasi tre settimane per visitare Bangkok e dintorni, dare un'occhiata al nord montuoso, rilassarci sulle spiagge del sud e cercare di capire qualcosa della Thailandia. Senza booking on line, senza maps, senza trip advisors e senza smartphone...
    Turisti fai-da-te? diceva una pubblicità dell'epoca. Con quel che ne seguiva.

    Stavolta, al contrario dei diari messicano e cubano, ho deciso di illustrare i post con qualche foto. Le mie, allo stato di diapositive non digitalizzate, giacciono in qualche scatolone in cantina; quindi le foto le ho prese dal web, queste sì, sperando di non avere rubato niente a nessuno. Nota bene: non ho scelto necessariamente le foto più belle che ho trovato, ma quelle che più si avvicinavano ai miei ricordi, alla luce e al tempo meteorologico in cui abbiamo visto i posti che abbiamo visitato. Long time ago...

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